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Janine Gaëlle Dieudji

co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Janine Gaëlle Dieudji è di nazionalità francese e camerunese, laureata in Cultura e Relazioni Internazionali dell’Università di Lione 3 in Francia. Ha conseguito un Master in Scienze Politiche presso l’Università di Parigi 2 Panthéon Assas. Da sei anni vive a Firenze, una città di cui si è innamorata. È così che Firenze è diventata la sua casa e il luogo dove ha iniziato a costruire la sua carriera di professionista dell’arte. Si considera una “multilocale”, credendo che apparteniamo a tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto. La casa è il luogo dove la mente può creare e sentirsi riposata allo stesso tempo. È a questo che serve il viaggio della vita, a esplorare per diventare la persona che decidiamo di essere.

Janine Gaëlle Dieudji è di nazionalità francese e camerunese, laureata in Cultura e Relazioni Internazionali dell’Università di Lione 3 in Francia. Ha conseguito un Master in Scienze Politiche presso l’Università di Parigi 2 Panthéon Assas. Da sei anni vive a Firenze, una città di cui si è innamorata. È così che Firenze è diventata la sua casa e il luogo dove ha iniziato a costruire la sua carriera di professionista dell’arte. Si considera una “multilocale”, credendo che apparteniamo a tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto. La casa è il luogo dove la mente può creare e sentirsi riposata allo stesso tempo. È a questo che serve il viaggio della vita, a esplorare per diventare la persona che decidiamo di essere.

Justin Randolph Thompson

co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson è un artista dei nuovi media, facilitatore culturale ed educatore nato a Peekskill, NY nel ’79. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti dal 1999, Thompson è co-fondatore e direttore del Black History Month Florence, un’esplorazione sfaccettata delle culture diasporiche africane e africane nel contesto dell’Italia fondata nel 2016.
Thompson ha ricevuto il Louise Comfort Tiffany Award, il Franklin Furnace Fund Award, il Visual Artist Grant della Fundacion Marcelino Botin, due Foundation for Contemporary Arts Emergency Grants, una Jerome Fellowship dal Franconia Sculpture Park e una Emerging Artist Fellowship dal Socrates Sculpture Park. La sua vita e il suo lavoro cercano di approfondire le discussioni sulla stratificazione socio-culturale e l’organizzazione gerarchica, impiegando comunità temporanee e fugaci come monumenti e promuovendo progetti che collegano l’attivismo sociale del discorso accademico e le strategie di network

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Justin Randolph Thompson è un artista dei nuovi media, facilitatore culturale ed educatore nato a Peekskill, NY nel ’79. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti dal 1999, Thompson è co-fondatore e direttore del Black History Month Florence, un’esplorazione sfaccettata delle culture diasporiche africane e africane nel contesto dell’Italia fondata nel 2016.
Thompson ha ricevuto il Louise Comfort Tiffany Award, il Franklin Furnace Fund Award, il Visual Artist Grant della Fundacion Marcelino Botin, due Foundation for Contemporary Arts Emergency Grants, una Jerome Fellowship dal Franconia Sculpture Park e una Emerging Artist Fellowship dal Socrates Sculpture Park. La sua vita e il suo lavoro cercano di approfondire le discussioni sulla stratificazione socio-culturale e l’organizzazione gerarchica, impiegando comunità temporanee e fugaci come monumenti e promuovendo progetti che collegano l’attivismo sociale del discorso accademico e le strategie di networking del fai da te in incontri annuali e biennali, condivisione e gesti di collettività.

7X7 Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Evento speciale di punta di questa edizione di Middle East Now festival

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali – Myriam Boulos, Sina Shiri, Abdo Shanan, Amir Hazim, Reem Falaknaz, Erdem Varol, Mouad Abillat – riuniti per fornire una personale prospettiva visiva della loro città – Beirut, Tehran, Algieri, Baghdad, Dubai, Istanbul, Marrakesh – in un giorno specifico della settimana.

Il risultato, SEVEN BY SEVEN, è una voce e una visione collettiva, e al tempo stesso un insieme di punti di vista personali e fortemente originali sulla vita delle persone in Medioriente, una narrazione visiva alternativa alla rappresentazione mediatica di queste città, molto spesso negativa e legata ai fatti della cronaca e della geopolitica.

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

SEVEN BY SEVEN viene inolt

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Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali – Myriam Boulos, Sina Shiri, Abdo Shanan, Amir Hazim, Reem Falaknaz, Erdem Varol, Mouad Abillat – riuniti per fornire una personale prospettiva visiva della loro città – Beirut, Tehran, Algieri, Baghdad, Dubai, Istanbul, Marrakesh – in un giorno specifico della settimana.

Il risultato, SEVEN BY SEVEN, è una voce e una visione collettiva, e al tempo stesso un insieme di punti di vista personali e fortemente originali sulla vita delle persone in Medioriente, una narrazione visiva alternativa alla rappresentazione mediatica di queste città, molto spesso negativa e legata ai fatti della cronaca e della geopolitica.

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

SEVEN BY SEVEN viene inoltre presentato anche attraverso una speciale piattaforma online – 7×7.middleastnow.it – che permette ai visitatori di approfondire in digitale il lavoro dei 7 fotografi e il loro racconto visivo delle città in cui vivono.

La mostra ha avuto il coordinamento di Alessandra Capodacqua, e il progetto di allestimento è stato curato da Archivio Personale.

7X7 Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Progetto originale prodotto da Middle East Now Festival, ideato e curato da Roï Saade e co-prodotto da Murate Art District.

“In quest’epoca di rivoluzioni, disordini, esclusione e individualismo, la fotografia può svolgere un ruolo fondamentale nel costruire ponti tra le comunità del Medio Oriente e del Nord Africa. L’obiettivo di questo progetto è esplorare le differenze e le somiglianze trovate in ogni città e celebrare la loro diversità e complessità” , Roï Saade.

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

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Myriam Boulos

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Myriam Boulos. Nata a Beirut nel 1992, laureata in fotografia presso l’Academie Libanaise des Beaux Arts nel 2015, ha preso parte a mostre collettive internazionali, tra cui Photomed, Beirut Art Fair, Berlin PhotoWeek, Mashreq to Maghreb (Dresda, Germania), Beyond boundaries (New York), C’est Beyrouth (Parigi) e 3ème biennale des Photographes du monde arabe (Parigi), e ricevuto il Byblos Bank Award for Photography nel 2014. Usa la sua macchina fotografica per interrogare la città e la sua gente, e le sue foto sono un mix di documentario e ricerca personale.

Myriam Boulos. Nata a Beirut nel 1992, laureata in fotografia presso l’Academie Libanaise des Beaux Arts nel 2015, ha preso parte a mostre collettive internazionali, tra cui Photomed, Beirut Art Fair, Berlin PhotoWeek, Mashreq to Maghreb (Dresda, Germania), Beyond boundaries (New York), C’est Beyrouth (Parigi) e 3ème biennale des Photographes du monde arabe (Parigi), e ricevuto il Byblos Bank Award for Photography nel 2014. Usa la sua macchina fotografica per interrogare la città e la sua gente, e le sue foto sono un mix di documentario e ricerca personale.

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Myriam Boulos | Mondays in Beirut

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Myriam Boulos | Mondays in Beirut

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Myriam Boulos | Mondays in Beirut

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

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Sina Shiri

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Sina Shiri. E’ nato a Rasht, Iran nel 1991. Ha iniziato a fotografare all’età di 16 anni e da allora ha lavorato in diverse agenzie di stampa e riviste iraniane come fotografo. Oggi è un freelance e si concentra su tematiche e questioni sociali.

Sina Shiri. E’ nato a Rasht, Iran nel 1991. Ha iniziato a fotografare all’età di 16 anni e da allora ha lavorato in diverse agenzie di stampa e riviste iraniane come fotografo. Oggi è un freelance e si concentra su tematiche e questioni sociali.

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Sina Shiri | Tuesday in Tehran

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Sina Shiri | Tuesday in Tehran

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Sina Shiri | Tuesday in Tehran

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Sina Shiri | Tuesday in Tehran

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Sina Shiri | Tuesday in Tehran

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Abdo Shanan

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Abdo Shanan Abdo è nato nel 1982 a Orano, in Algeria, da padre sudanese e madre algerina. Ha studiato ingegneria presso l’Università di Sirte, in Libia, fino al 2006. Nel 2012 uno stage presso Magnum Photos Paris gli ha dato l’opportunità di riflettere sul suo approccio fotografico e realizzare il suo primo racconto per la rivista “Rukh”. Le sue fotografie sono state pubblicate da numerose riviste e quotidiani internazionali. Nel 2015 ha ricevuto una nomination per il Magnum Foundation Emergency Fund, nel 2019 ha vinto il premio CAP (Contemporary African Photography) per il suo progetto “Dry”, nello stesso anno è selezionato per Joop Swart Masterclass da World Press Photo.

Abdo Shanan Abdo è nato nel 1982 a Orano, in Algeria, da padre sudanese e madre algerina. Ha studiato ingegneria presso l’Università di Sirte, in Libia, fino al 2006. Nel 2012 uno stage presso Magnum Photos Paris gli ha dato l’opportunità di riflettere sul suo approccio fotografico e realizzare il suo primo racconto per la rivista “Rukh”. Le sue fotografie sono state pubblicate da numerose riviste e quotidiani internazionali. Nel 2015 ha ricevuto una nomination per il Magnum Foundation Emergency Fund, nel 2019 ha vinto il premio CAP (Contemporary African Photography) per il suo progetto “Dry”, nello stesso anno è selezionato per Joop Swart Masterclass da World Press Photo.

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Abdo Shanan | Wednedays in Algiers

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Abdo Shanan | Wednedays in Algiers

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Abdo Shanan | Wednedays in Algiers

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Abdo Shanan | Wednedays in Algiers

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Abdo Shanan | Wednedays in Algiers

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Amir Hazim

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Amir Hazim è un artista e fotografo basato a Baghdad. Si è laureato al Baghdad College of Fine Arts e ha iniziato il suo percorso professionale nel 2019, pubblicando su Arab News, The National e molti altri.

Amir Hazim è un artista e fotografo basato a Baghdad. Si è laureato al Baghdad College of Fine Arts e ha iniziato il suo percorso professionale nel 2019, pubblicando su Arab News, The National e molti altri.

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Amir Hazim | Thursdays in Baghdad

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Amir Hazim | Thursdays in Baghdad

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Amir Hazim | Thursdays in Baghdad

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7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Amir Hazim | Thursdays in Baghdad

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7| Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Amir Hazim | Thursdays in Baghdad

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Reem Falaknaz

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Reem Falaknaz documenta con il suo lavoro artistico il panorama sociale e fisico degli Emirati Arabi Uniti e i suoi abitanti. Nel 2014 ha preso parte al prestigioso Arab Documentary Photography Program, e le sue partecipazioni internazionali includono il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti alla Biennale di Architettura di Venezia 2016 e la Biennale di Lahore del 2020.

Reem Falaknaz documenta con il suo lavoro artistico il panorama sociale e fisico degli Emirati Arabi Uniti e i suoi abitanti. Nel 2014 ha preso parte al prestigioso Arab Documentary Photography Program, e le sue partecipazioni internazionali includono il Padiglione degli Emirati Arabi Uniti alla Biennale di Architettura di Venezia 2016 e la Biennale di Lahore del 2020.

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Reem Falaknaz | Fridays in Dubai

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Reem Falaknaz | Fridays in Dubai

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Reem Falaknaz | Fridays in Dubai

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Reem Falaknaz | Fridays in Dubai

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Reem Falaknaz | Fridays in Dubai

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Erdem Varol

Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Erdem Varol. Nato nel 1988, vive a Istanbul. Nel 2017 Erdem ha pubblicato il suo primo libro “Free Fall” insieme a due fanzine, pubblicate rispettivamente nel 2018 e nel 2019. Ha tenuto mostre personali e collettive in Turchia, Italia, Francia e altrove.

Erdem Varol. Nato nel 1988, vive a Istanbul. Nel 2017 Erdem ha pubblicato il suo primo libro “Free Fall” insieme a due fanzine, pubblicate rispettivamente nel 2018 e nel 2019. Ha tenuto mostre personali e collettive in Turchia, Italia, Francia e altrove.

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Erdem Varol | Saturdays in Instanbul

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Erdem Varol | Saturdays in Instanbul

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Erdem Varol | Saturdays in Instanbul

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Erdem Varol | Saturdays in Instanbul

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Erdem Varol | Saturdays in Instanbul

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Mouad Abillat 

7X7 Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade

Mouad Abillat è un fotografo e regista marocchino. Ha una laurea in Tecnico Audiovisivo e ha studiato anche fotografia e sceneggiatura, che ha influenzato il suo stile portandolo a sviluppare un interesse per la narrazione. Fotografando con uno stile unico ed originale i giovani per le strade di Marrakech, si sforza di ritrarre le contraddizioni e lottare contro gli stereotipi che oggi devono affrontare le nuove generazioni.

Mouad Abillat è un fotografo e regista marocchino. Ha una laurea in Tecnico Audiovisivo e ha studiato anche fotografia e sceneggiatura, che ha influenzato il suo stile portandolo a sviluppare un interesse per la narrazione. Fotografando con uno stile unico ed originale i giovani per le strade di Marrakech, si sforza di ritrarre le contraddizioni e lottare contro gli stereotipi che oggi devono affrontare le nuove generazioni.

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Mouad Abillat | Sundays in Marrakesh

Protagoniste le opere di 7 giovani talentuosi fotografi mediorientali in un giorno specifico della settimana.

Mouad Abillat | Sundays in Marrakesh

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Mouad Abillat | Sundays in Marrakesh

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7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Mouad Abillat | Sundays in Marrakesh

Come parte integrante del progetto il curatore ha ideato, in esclusiva per il festival, 7 newspapers che si potranno sfogliare in mostra: 7 quotidiani nelle cui pagine si sviluppa il racconto per immagini di ogni giorno di una ipotetica settimana in Medio Oriente.

7X7 | Transcultural narratives from the Middle east and North Africa. Curated by Roi Saade | Mouad Abillat | Sundays in Marrakesh

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Peter Bialobrzeski

Fotografo

Peter Bialobrzeski è un fotografo e professore di fotografia all’Università delle Arti di Brema in Germania. Bialobrzeski originariamente ha studiato politica e sociologia in Germania prima di studiare fotografia all’Università di Essen e al London College of Printing.

Peter Bialobrzeski è un fotografo e professore di fotografia all’Università delle Arti di Brema in Germania. Bialobrzeski originariamente ha studiato politica e sociologia in Germania prima di studiare fotografia all’Università di Essen e al London College of Printing.

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Black History Month Florence 2020

Questo progetto espositivo ha esaminato l’adempimento degli obblighi sociali nei confronti del lavoro sporco, le carenze di confronto culturale, l’annientamento della storia e le politiche di rispettabilità.
Gli artisti in mostra hanno attinto ciascuno da esperienze di permanenza in Italia che li spinge a coinvolgere le città di Roma, Umbertide, Milano e Firenze come siti di produzione culturale con la necessità di impegnare la storia senza esserne vittime.

L’attivista Pape Diaw, in un’intervista del 2013, ha parlato di “… sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito”. Questa contraddizione in termini è posta in un contesto sociale in cui il lavoro sporco sussiste per mantenere uno status governato da politiche di rispettabilità e di controllo sociale. Un’insistenza sulle narrazioni personali come una sostituzione delle appiattite proiezioni di Blackness, la costruzione di ponti tra un passato coloniale e una realtà neocoloniale contemporanea e l’inconsistenza de


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Questo progetto espositivo ha esaminato l’adempimento degli obblighi sociali nei confronti del lavoro sporco, le carenze di confronto culturale, l’annientamento della storia e le politiche di rispettabilità.
Gli artisti in mostra hanno attinto ciascuno da esperienze di permanenza in Italia che li spinge a coinvolgere le città di Roma, Umbertide, Milano e Firenze come siti di produzione culturale con la necessità di impegnare la storia senza esserne vittime.

L’attivista Pape Diaw, in un’intervista del 2013, ha parlato di “… sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito”. Questa contraddizione in termini è posta in un contesto sociale in cui il lavoro sporco sussiste per mantenere uno status governato da politiche di rispettabilità e di controllo sociale. Un’insistenza sulle narrazioni personali come una sostituzione delle appiattite proiezioni di Blackness, la costruzione di ponti tra un passato coloniale e una realtà neocoloniale contemporanea e l’inconsistenza della monumentalità permeano tutte queste opere con una meditazione sul passato come indicatore di ciò che è in arrivo.

La mostra, a cura di Black History Month Florence, nell’ambito della V edizione del BHMF, in collaborazione con Villa Romana (Florence), Civitella Ranieri Foundation (Umbertide) e Galleria Continua (San Gimignano), presenta il lavoro di 6 artisti internazionali che hanno utilizzato il contesto italiano come luogo di produzione artistica. Una serie di opere trasversali spinge a una rielaborazione di nozioni stereotipate del made in Italy che tendono a escludere gli afro-discendenti, svelando attitudini coloniali e invitando e rompere preconcetti.

Protagoniste le ricerche degli artisti M’Barek Bouhchichi (Morocco), Adji Dieye (Italy/Senegal), Sasha Huber (Switzerland/Finland), Delio Jasse (Angola/Italy), Amelia Umuhire (Rwanda/Germany), Nari Ward (Jamaica/USA).

Insieme hanno formato una melodia armonica che è discordante con la narrativa prescritta, centralizzata e consumata ma trova allineamento per trasmettere il suo potere e la capacità di arricchire la melodia secolare.

Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

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Adji Dieye

Fotografa

Adji Dieye è una fotografa italo-senegalese nata a Milano nel 1991. Laureata in Nuove Tecnologie per l’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha viaggiato tra Milano e Dakar, concentrando la sua ricerca sull’influenza della pubblicità nella cultura visiva africana. Il suo lavoro esplora diversi aspetti delle società dell’Africa occidentale: l’influenza della pubblicità nella costruzione di un’identità nazionale e la spiritualità sincretica che rimane centrale per le comunità africane.

La pratica artistica di Adji Dieye spinge i confini della fotografia nel tentativo di indagare gli archetipi che costituiscono la cultura visiva africana. Nella sua ricerca il continente africano non è mai considerato fine a se stesso; rappresenta invece un ponte verso ulteriori indagini su realtà sociali e geopolitiche più ampie.

Adji Dieye è una fotografa italo-senegalese nata a Milano nel 1991. Laureata in Nuove Tecnologie per l’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha viaggiato tra Milano e Dakar, concentrando la sua ricerca sull’influenza della pubblicità nella cultura visiva africana. Il suo lavoro esplora diversi aspetti delle società dell’Africa occidentale: l’influenza della pubblicità nella costruzione di un’identità nazionale e la spiritualità sincretica che rimane centrale per le comunità africane.

La pratica artistica di Adji Dieye spinge i confini della fotografia nel tentativo di indagare gli archetipi che costituiscono la cultura visiva africana. Nella sua ricerca il continente africano non è mai considerato fine a se stesso; rappresenta invece un ponte verso ulteriori indagini su realtà sociali e geopolitiche più ampie.

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Adji Dieye

Red fever - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Adji Dieye

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Sasha Huber

Fotografa, video artista, performer

Sasha Huber è un’artista visiva svizzero-haitiana, nata a Zurigo, Svizzera nel 1975. Vive e lavora a Helsinki, in Finlandia. Il lavoro di Huber si occupa principalmente della politica della memoria e dell’appartenenza, in particolare in relazione ai residui coloniali abbandonati nell’ambiente. Sensibile ai fili sottili che collegano il passato e il presente, utilizza il materiale d’archivio all’interno di una pratica creativa stratificata che comprende interventi basati sulla performance, video, fotografia e collaborazioni. Huber rivendica anche l’uso della pistola ad aria compressa, consapevole del suo significato simbolico come arma, ma che offre al contempo il potenziale per rinegoziare dinamiche dove il potere non è bilanciato. È nota per il suo contributo di ricerca artistica alla campagna Demounting Louis Agassiz, che mira a smantellare l’eredità razzista meno conosciuta ma controversa del glaciologo. Questo progetto a lungo termine (dal

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Sasha Huber è un’artista visiva svizzero-haitiana, nata a Zurigo, Svizzera nel 1975. Vive e lavora a Helsinki, in Finlandia. Il lavoro di Huber si occupa principalmente della politica della memoria e dell’appartenenza, in particolare in relazione ai residui coloniali abbandonati nell’ambiente. Sensibile ai fili sottili che collegano il passato e il presente, utilizza il materiale d’archivio all’interno di una pratica creativa stratificata che comprende interventi basati sulla performance, video, fotografia e collaborazioni. Huber rivendica anche l’uso della pistola ad aria compressa, consapevole del suo significato simbolico come arma, ma che offre al contempo il potenziale per rinegoziare dinamiche dove il potere non è bilanciato. È nota per il suo contributo di ricerca artistica alla campagna Demounting Louis Agassiz, che mira a smantellare l’eredità razzista meno conosciuta ma controversa del glaciologo. Questo progetto a lungo termine (dal 2008) si è occupato di portare alla luce e riparare la storia poco conosciuta e le eredità culturali del naturalista e glaciologo svizzero Louis Agassiz (1807-1873), un influente sostenitore del razzismo “scientifico” che sosteneva la segregazione e l’ “igiene razziale”. Huber ha tenuto mostre personali alla Fondazione Hasselblad (Project Room) a Göteborg e ha partecipato a numerose mostre internazionali, tra cui la 56a Biennale di Venezia nel 2015 (mostra collaterale: Frontier Reimagined), la 19a Biennale di Sydney nel 2014 e alla 29a Biennale di San Paolo nel 2010.

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Sasha Huber

The Firsts-Edmonia Lewis - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Sasha Huber

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Delio Jasse

Fotografo

Delio Jasse è nato nel 1980 a Luanda, in Angola, vive e lavora a Milano. Nel suo lavoro fotografico spesso intreccia immagini trovate con particolari di vite passate (foto tessere trovate, album di famiglia) per tracciare collegamenti tra la fotografia – in particolare il concetto di “immagine latente” – e la memoria.

Jasse è anche noto per aver sperimentato processi di stampa fotografica analogica, tra cui cianotipia, platino e primi processi di stampa come il “Van Dyke Brown”, oltre a sviluppare proprie tecniche di stampa personali.

Le sue mostre recenti includono: MAXXI, Roma (2018); Villa Romana, Firenze (2018); Biennale dell’immagine, Lugano (solo, 2017); Collezione Walther, Neu-Ulm (2017); SAVVY Contemporary, Berlino (2017); Bamako Encounters, Bamako (2017); Biennale di Lagos, Lagos (2017); Tiwani Contemporary, Londra (solo, 2016); Walther Collection Project Space, NY (2016); Mostra internazionale Dak’art Biennale (2016); e il Padigli

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Delio Jasse è nato nel 1980 a Luanda, in Angola, vive e lavora a Milano. Nel suo lavoro fotografico spesso intreccia immagini trovate con particolari di vite passate (foto tessere trovate, album di famiglia) per tracciare collegamenti tra la fotografia – in particolare il concetto di “immagine latente” – e la memoria.

Jasse è anche noto per aver sperimentato processi di stampa fotografica analogica, tra cui cianotipia, platino e primi processi di stampa come il “Van Dyke Brown”, oltre a sviluppare proprie tecniche di stampa personali.

Le sue mostre recenti includono: MAXXI, Roma (2018); Villa Romana, Firenze (2018); Biennale dell’immagine, Lugano (solo, 2017); Collezione Walther, Neu-Ulm (2017); SAVVY Contemporary, Berlino (2017); Bamako Encounters, Bamako (2017); Biennale di Lagos, Lagos (2017); Tiwani Contemporary, Londra (solo, 2016); Walther Collection Project Space, NY (2016); Mostra internazionale Dak’art Biennale (2016); e il Padiglione dell’Angola, 56a Biennale di Venezia (2015). È stato uno dei tre finalisti del BES Photo Prize (2014) e ha vinto l’Iwalewa Art Award nel 2015.

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Delio Jasse

Pontus - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Delio Jasse

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Nari Ward

Fotografo, video artista, scultore

Nari Ward (nato nel 1963 a St. Andrew, Giamaica; vive e lavora a New York) è noto per le sue installazioni scultoree composte da materiale di scarto trovato e raccolto nel suo quartiere. Ha riutilizzato oggetti come passeggini, carrelli della spesa, bottiglie, porte, televisori, registratori di cassa e lacci delle scarpe.

Ward ricontestualizza questi oggetti trovati in giustapposizioni stimolanti che creano significati metaforici complessi per affrontare questioni sociali e politiche che circondano la razza, la povertà e la cultura del consumo. Lascia intenzionalmente aperto il significato del suo lavoro, consentendo allo spettatore di fornire la propria interpretazione.

Mostre personali del suo lavoro sono state organizzate presso l’Institute of Contemporary Art, Boston (2017); SocratesSculpture Park, New York (2017); The Barnes Foundation, Philadelphia (2016); Pérez Art Museum Miami (2015); Savannah College of Art e Design Museum of Art, Savannah, GA (2015); Museo d’ar

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Nari Ward (nato nel 1963 a St. Andrew, Giamaica; vive e lavora a New York) è noto per le sue installazioni scultoree composte da materiale di scarto trovato e raccolto nel suo quartiere. Ha riutilizzato oggetti come passeggini, carrelli della spesa, bottiglie, porte, televisori, registratori di cassa e lacci delle scarpe.

Ward ricontestualizza questi oggetti trovati in giustapposizioni stimolanti che creano significati metaforici complessi per affrontare questioni sociali e politiche che circondano la razza, la povertà e la cultura del consumo. Lascia intenzionalmente aperto il significato del suo lavoro, consentendo allo spettatore di fornire la propria interpretazione.

Mostre personali del suo lavoro sono state organizzate presso l’Institute of Contemporary Art, Boston (2017); SocratesSculpture Park, New York (2017); The Barnes Foundation, Philadelphia (2016); Pérez Art Museum Miami (2015); Savannah College of Art e Design Museum of Art, Savannah, GA (2015); Museo d’arte della Louisiana State University, Baton Rouge, LA (2014); The Fabric Workshop and Museum, Philadelphia (2011); Massachusetts Museum of Contemporary Art, North Adams, MA (2011); Isabella Stewart Gardner Museum, Boston (2002); e Walker Art Center, Minneapolis, MN (2001, 2000).

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Nari Ward

Immigrist Male Figure Wall Tryptich - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Nari Ward

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduzione a cura del curatore

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduction
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduzione a cura del curatore

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 concept a cura del curatore

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson, co-founder and director Black History Month Florence
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 concept a cura del curatore

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Nari Ward

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Nari Ward
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Nari Ward

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Sasha Huber

Justin Randolph Thompson, co-founder and director Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Sasha Huber
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Sasha Huber

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

Janine Gaelle Dieudji su Adji Dieye

Janine Gaelle Dieudji su Adji Dieye
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

Janine Gaelle Dieudji su Delio Jasse

Janine Gaelle Dieudji su Delio Jasse
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

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Black Archive Alliance

Black History Month Florence 2020

Un progetto di Villa Romana in collaborazione con Black History Month Florence

Black Archive Alliance ha portato a Firenze uno sguardo insolito: quello di nove studenti alla ricerca di segni di una presenza africana in città. Il progetto, nato dalla collaborazione fra Villa Romana e Black History Month Florence, giunto alla seconda edizione, ha spaziato, per campi molto diversi, dall’era moderna alla contemporaneità. Le storie che questo esercizio archeologico ha permesso di raccontare sono altrettanti brani di una Firenze poco nota, se non del tutto sconosciuta, che incrocia l’Africa – e Africani del continente e della diaspora – e con essa tesse, di volta in volta, rapporti culturali, politici, economici, a cominciare dal XV secolo fino all’oggi.

Il lavoro ha spaziato da luoghi della ricerca per eccellenza, come la Biblioteca Laurenziana e l’Archivio del Risorgimento, a centri di studio noti soprattutto agli specialisti, come l’Istituto Agronomico dell’Oltremare (og

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Un progetto di Villa Romana in collaborazione con Black History Month Florence

Black Archive Alliance ha portato a Firenze uno sguardo insolito: quello di nove studenti alla ricerca di segni di una presenza africana in città. Il progetto, nato dalla collaborazione fra Villa Romana e Black History Month Florence, giunto alla seconda edizione, ha spaziato, per campi molto diversi, dall’era moderna alla contemporaneità. Le storie che questo esercizio archeologico ha permesso di raccontare sono altrettanti brani di una Firenze poco nota, se non del tutto sconosciuta, che incrocia l’Africa – e Africani del continente e della diaspora – e con essa tesse, di volta in volta, rapporti culturali, politici, economici, a cominciare dal XV secolo fino all’oggi.

Il lavoro ha spaziato da luoghi della ricerca per eccellenza, come la Biblioteca Laurenziana e l’Archivio del Risorgimento, a centri di studio noti soprattutto agli specialisti, come l’Istituto Agronomico dell’Oltremare (oggi una delle sedi dell’Agenzia italiana per la cooperazione internazionale) e l’Istituto Geografico Militare, a carte private e alle collezioni di Palazzo Pitti, con il Tesoro dei Granduchi. La seconda edizione del progetto è stata realizzata con un format di tutoraggio con docenti e studiosi in tandem con gli studenti che guidano la loro ricerca. Il progetto ha collaborato con studiosi dell’Università degli Studi di Firenze, Studio Arts College International, NYU Florence, Villa I Tatti, Syracuse University Florence, Santa Reparata International School of Art e ISI Florence.

A cura di Justin Randolph Thompson, BHMF e Agnes Stillger, Villa Romana

Black Archive Alliance

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Black Archive Alliance

Black History Month Florence 2020

Black Archive Alliance

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Mohamed Keita

Fotografo

Mohamed Keita nasce in Costa D’Avorio nel 1993. A 14 anni lascia il proprio Paese, in piena guerra civile, per affrontare da solo un viaggio tra la Guinea, il Mali, l’Algeria e la Libia dove si imbarca per attraversare il Mediterraneo. Dopo lo sbarco a Malta, riesce a raggiungere l’Italia nel 2010. Quando arriva a Roma, a 17 anni, vive per strada per alcuni mesi e inizia a frequentare il centro diurno per minori Civico Zero di Savethechildren, dove gli regalano la sua prima macchina fotografica.

Vive e lavora a Roma dove insegna fotografia presso il centro Civico Zero. Nel 2017 ha aperto un laboratorio per ragazzi di strada in Mali.

Principali esposizioni e premi:

“Piedi, scarpe, bagagli”, Camera dei Deputati, Roma, 2012
“Ritratti”, XII Festival Internazionale di Roma, MACRO, Roma, 2014
Premio ‘young/old photographer’ PHC Capalbio fotografia, 2015
“Desperate crossing” mostra di Mohamed Keita e Paolo Pellegrin, Istituto italiano di cultura di New York, 2016
“Par



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Mohamed Keita nasce in Costa D’Avorio nel 1993. A 14 anni lascia il proprio Paese, in piena guerra civile, per affrontare da solo un viaggio tra la Guinea, il Mali, l’Algeria e la Libia dove si imbarca per attraversare il Mediterraneo. Dopo lo sbarco a Malta, riesce a raggiungere l’Italia nel 2010. Quando arriva a Roma, a 17 anni, vive per strada per alcuni mesi e inizia a frequentare il centro diurno per minori Civico Zero di Savethechildren, dove gli regalano la sua prima macchina fotografica.

Vive e lavora a Roma dove insegna fotografia presso il centro Civico Zero. Nel 2017 ha aperto un laboratorio per ragazzi di strada in Mali.

Principali esposizioni e premi:

“Piedi, scarpe, bagagli”, Camera dei Deputati, Roma, 2012
“Ritratti”, XII Festival Internazionale di Roma, MACRO, Roma, 2014
Premio ‘young/old photographer’ PHC Capalbio fotografia, 2015
“Desperate crossing” mostra di Mohamed Keita e Paolo Pellegrin, Istituto italiano di cultura di New York, 2016
“Par l’errance”, Centro d’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 2018
“Rothko in Lampedusa”, mostra collettiva organizzata da UNHCR, Fondazione Ugo e Olga Levi, Venezia, 2019

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Nel pensiero, nello sguardo

Mostra fotografica di Mohamed Keita

Progetto realizzato e prodotto nel corso di una residenza artistica presso MAD, a cura di Gabriele Pantaleo

La residenza di Mohamed Keita presso MAD Murate Art District si è focalizzata sul rapporto tra migrazioni e immagini; in particolare sulle rappresentazioni dell’integrazione istituzionale e del volontariato nei media. Il progetto ha quindi preso forma attraverso le visite ai centri di seconda accoglienza della provincia di Firenze. Qui Mohamed Keita ha realizzato gli scatti presentati in questa mostra, che si offre quale modo diverso di rappresentare l’alterità, perché questa sia non solo oggetto dello sguardo e del pensiero, ma agente nel pensiero e nello sguardo.

Nel pensiero_ Le immagini rappresentano oggi un materiale estremamente diffuso, abbondante, invadente persino. La velocità che caratterizza la fruizione visuale e cognitiva nei media digitali rende il loro approccio sempre più distaccato e fugace. Partendo da questa constatazione, l’allestimento della mostra

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Progetto realizzato e prodotto nel corso di una residenza artistica presso MAD, a cura di Gabriele Pantaleo

La residenza di Mohamed Keita presso MAD Murate Art District si è focalizzata sul rapporto tra migrazioni e immagini; in particolare sulle rappresentazioni dell’integrazione istituzionale e del volontariato nei media. Il progetto ha quindi preso forma attraverso le visite ai centri di seconda accoglienza della provincia di Firenze. Qui Mohamed Keita ha realizzato gli scatti presentati in questa mostra, che si offre quale modo diverso di rappresentare l’alterità, perché questa sia non solo oggetto dello sguardo e del pensiero, ma agente nel pensiero e nello sguardo.

Nel pensiero_ Le immagini rappresentano oggi un materiale estremamente diffuso, abbondante, invadente persino. La velocità che caratterizza la fruizione visuale e cognitiva nei media digitali rende il loro approccio sempre più distaccato e fugace. Partendo da questa constatazione, l’allestimento della mostra è stato concepito con lo scopo di creare un tempo per l’immagine, evocando la composizione delle pale d’altare medievali e rinascimentali. L’esposizione, scevra da didascalie, voleva proporsi come un racconto visivo, in cui il pensiero dello spettatore potesse trovar spazio per esplorare.

Nello sguardo_ La mostra si è aperta con una serie di scatti che inquadravano particolari architettonici dei luoghi visitati; gli spazi introducevano il racconto, catturando lo sguardo con un gioco coloristico molto delicato, ma l’uomo iniziava subito ad essere evocato con la presenza di alcuni oggetti quali indumenti stesi al sole. L’esposizione continuava con un dialogo costante tra ritratti degli ospiti e particolari dei luoghi vissuti, concludendosi con un dittico di ritratti. Mohamed ha evitato di produrre ritratti pietistici o stereotipati che cercassero il dolore negli occhi dei soggetti o nella loro condizione fisica. Le persone sono state ritratte nella loro umanità individuale e non nella loro tragica storia: accettare l’alterità non contempla alcun pietismo.

Nel pensiero, nello sguardo_ Il rapporto tra le strutture geometriche e i volti è una precisa scelta stilistica e narrativa del fotografo, che non crea immagini da osservare soltanto nella loro bellezza formale, dimentiche del contesto e dei soggetti. Al contrario la composizione è il mezzo attraverso il quale catturare lo sguardo, spingerlo a soffermarsi e a prendersi del tempo; per attivare un pensiero che non si fermi alla superficie ma sia in grado di assaporare il messaggio dell’immagine, scoprirne il vero contenuto.

A margine dell’indagine di residenza sono stati creati anche due ‘racconti’, qui esposti, che cercano di guardare da dentro il mondo degli SPRAR e del volontariato, accompagnati da immagini di Aboubacar Kourouma, ospite di un centro di seconda accoglienza.

Per il progetto Integrazione e media sulla integrazione dei migranti, in collaborazione con SPRAR.

Nel pensiero, nello sguardo

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Nel pensiero, nello sguardo

Mostra fotografica di Mohamed Keita

Nel pensiero, nello sguardo

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Lucia Baldini

Fotografa

Lucia Baldini vive a San Giovanni Valdarno, punto di partenza del suo viaggio fotografico. Fin dai primi anni di lavoro, facendo parte della casa discografica Materiali Sonori, attraverso mostre, copertine di dischi e collaborazioni con testate musicali, le sue immagini sono divenute un’importante testimonianza della scena underground musicale degli anni Ottanta. Lavora come fotografa di scena per molte compagnie e festival di teatro e danza. Dal 1990 trova una forte affinità con la cultura del tango argentino. Nel 1997 pubblica il libro fotografico “Giorni di Tango” che diviene il catalogo della mostra omonima. Entra in contatto con le più interessanti realtà legate al tango argentino e nel 2001, in collaborazione con la giornalista Michela Fregona, realizza il volume “Anime Altrove – luoghi e genti del tango argentino in Italia”. Nel 1996, con lo spettacolo “Omaggio a Nijinsky”, diretto da Beppe Menegatti, inizia la collaborazione con Carla Fracci, che durerà per

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Lucia Baldini vive a San Giovanni Valdarno, punto di partenza del suo viaggio fotografico. Fin dai primi anni di lavoro, facendo parte della casa discografica Materiali Sonori, attraverso mostre, copertine di dischi e collaborazioni con testate musicali, le sue immagini sono divenute un’importante testimonianza della scena underground musicale degli anni Ottanta. Lavora come fotografa di scena per molte compagnie e festival di teatro e danza. Dal 1990 trova una forte affinità con la cultura del tango argentino. Nel 1997 pubblica il libro fotografico “Giorni di Tango” che diviene il catalogo della mostra omonima. Entra in contatto con le più interessanti realtà legate al tango argentino e nel 2001, in collaborazione con la giornalista Michela Fregona, realizza il volume “Anime Altrove – luoghi e genti del tango argentino in Italia”. Nel 1996, con lo spettacolo “Omaggio a Nijinsky”, diretto da Beppe Menegatti, inizia la collaborazione con Carla Fracci, che durerà per oltre 12 anni. Nel 2003 pubblica per la Materiali Sonori il libro fotografico: “Banda Improvvisa, cinquanta angeli musicanti sospesi su un cielo di note “. Nel 2005 i libri vengono pubblicati due nuovi progetti editoriali: “Carla Fracci – Immagini”: una monografia fotografica che testimonia la lunga collaborazione con la Fracci, e “Tangomalìa”, i due libri divengono mostre che vengono accolte in Italia e all’estero.

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In cartoons

Mostra fotografica di Lucia Baldini

Il progetto fotografico “In Cartoons”, promosso da Baleri Italia e ispirato alla collezione Cartoons di Luigi Baroli (Compasso d’Oro 1994), ha raccontato in ventotto scatti un viaggio alla scoperta di Firenze e di chi quotidianamente vive la città, fianco a fianco con il celebre paravento. I protagonisti sono professionisti di ambiti differenti, persone che con le loro attività rappresentano modelli positivi e la vera identità del territorio (da Andrea Ferrara direttore di ricerca della Normale di Pisa allo scrittore Vanni Santoni, a Fuad Aziz artista riconosciuto a livello internazionale, alle Dragon Boat, donne impegnate nella ricerca contro il cancro, Sergio Staino in dialogo con il suo Bobo, una stele in omaggio al poeta Mario Luzi e ancora molti altri interessanti personaggi).
Ogni scatto ha raccontato dell’incontro tra Cartoons e un diverso personaggio, ritratti insieme nell’ambiente più emblematico per lo stesso. Cartoons diventa così un interlocutore

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Il progetto fotografico “In Cartoons”, promosso da Baleri Italia e ispirato alla collezione Cartoons di Luigi Baroli (Compasso d’Oro 1994), ha raccontato in ventotto scatti un viaggio alla scoperta di Firenze e di chi quotidianamente vive la città, fianco a fianco con il celebre paravento. I protagonisti sono professionisti di ambiti differenti, persone che con le loro attività rappresentano modelli positivi e la vera identità del territorio (da Andrea Ferrara direttore di ricerca della Normale di Pisa allo scrittore Vanni Santoni, a Fuad Aziz artista riconosciuto a livello internazionale, alle Dragon Boat, donne impegnate nella ricerca contro il cancro, Sergio Staino in dialogo con il suo Bobo, una stele in omaggio al poeta Mario Luzi e ancora molti altri interessanti personaggi).
Ogni scatto ha raccontato dell’incontro tra Cartoons e un diverso personaggio, ritratti insieme nell’ambiente più emblematico per lo stesso. Cartoons diventa così un interlocutore con cui ognuno è chiamato a interagire, raccontandosi anche attraverso questo versatile oggetto di design. Omaggio al padre di Cartoons, uno scatto con lo stesso Luigi Baroli, che si aggiunge ai volti toscani e alle loro storie Lavorare trasversalmente su mondi paralleli per creare, grazie ad un fil rouge comune, un racconto inedito, è il modus operandi di Lucia Baldini – riscontrabile anche in altri suoi lavori (come Tangonalìa o il percorso di 12 anni insieme a Carla Fracci).
“Cartoons l’ho scoperto in un bel negozio di design a Firenze. Per questo ho pensato fosse bello far partire il viaggio con Cartoons proprio da questa città” afferma Lucia Baldini “Il progetto In Cartoons è stato esso stesso un viaggio, in cui Cartoons è stato un compagno complice e ludico”.
La mostra “In Cartoons” faceva parte del progetto “Reading in the Square” ed è  stato uno degli eventi dell’Estate Fiorentina 2019.

In cartoons

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Mohammad Alfaraj

Fotografo, video artist

La pratica di Mohammad Alfaraj (nato nel 1993 ad Al Hassa, KSA, dove vive e lavora), è incentrata sulla sua esplorazione della relazione tra forme e concetti, ed è visibile attraverso storie sovrapposte nei suoi collage fotografici, raggruppando e mettendo in contrasto soggetti reali e non. Il lavoro di Alfaraj utilizza spesso anche materiali naturali trovati nella sua città natale e li combina con giochi per bambini e storie di persone che lavorano la terra, nel tentativo di creare un piano dove uomo e natura convivono, con un sottofondo di speranza. Un attivista socio-ambientale nel cuore, il suo breve documentario Lost, 2015 (che è stato premiato al primo posto nella categoria studenti al Saudi Film Festival), cattura lo stato latente della nozione di temporalità per gli arabi apolidi, che vivono come rifugiati nel loro luogo di nascita e l’effetto disumanizzante che questo provoca. Questo contesto “poco familiare” ritrae la bellezza velenosa della natura quan

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La pratica di Mohammad Alfaraj (nato nel 1993 ad Al Hassa, KSA, dove vive e lavora), è incentrata sulla sua esplorazione della relazione tra forme e concetti, ed è visibile attraverso storie sovrapposte nei suoi collage fotografici, raggruppando e mettendo in contrasto soggetti reali e non. Il lavoro di Alfaraj utilizza spesso anche materiali naturali trovati nella sua città natale e li combina con giochi per bambini e storie di persone che lavorano la terra, nel tentativo di creare un piano dove uomo e natura convivono, con un sottofondo di speranza. Un attivista socio-ambientale nel cuore, il suo breve documentario Lost, 2015 (che è stato premiato al primo posto nella categoria studenti al Saudi Film Festival), cattura lo stato latente della nozione di temporalità per gli arabi apolidi, che vivono come rifugiati nel loro luogo di nascita e l’effetto disumanizzante che questo provoca. Questo contesto “poco familiare” ritrae la bellezza velenosa della natura quando è vissuta come una nemesi durante la paralisi politica.
Alfaraj si è laureato in ingegneria meccanica alla KFUPM nel 2017. La sua recente mostra personale; Still Life and Plastic Dreams, Athr Gallery, Jeddah KSA (2020) e mostre collettive includono I Love You Urgently, 21,39 SAC, Jeddah, KSA (2020), Durational Portrait; Una breve panoramica della video arte in Arabia Saudita, Athr Gallery, Jeddah, KSA (2020), Sharjah Islamic Festival, Sharjah, UAE (2019). Il suo lavoro è stato anche mostrato alla Sharjah Art Foundation; Le Murate Pac, Firenze (2019); Athr Gallery, Jeddah (2018); 21,39 Jeddah Arts (2017, 2019); Saudi Film Festival, Dammam (2015) e Dubai International Film Festival (2014). Alfaraj ha lavorato come programmatore sia al Saudi Film Festival che al festival della casa di poesia a Dammam.

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The glass between us

Mostra di punta del Middle East Now Festival 2019

THE GLASS BETWEEN US MOHAMMAD ALFARAJ

L’artista saudita protagonista di una residenza realizzata da Middle East Now, MAD Murate Art District e Crossway Foundation Residency in collaborazione con PIA Palazzina Indiano Arte della Compagnia Virgilio Sieni.

La quinta edizione di “Middle East Now x Crossway Foundation Residency”, in partnership con una delle più importanti organizzazioni che promuove i giovani creativi dal Medio Oriente ha proposto la mostra personale di Mohammad Alfaraj, nato in Arabia Saudita nel 1993 e attualmente residente nella provincia Est del paese.

“The glass between us“ è il titolo della sua prima mostra personale che ha presentato a Firenze: una sperimentazione sul suono e sull’immagine per guardare alla vita attraverso gli occhi di un bambino.
In questo nuovo lavoro di ricerca la sorpresa e l’inaspettato nella vita quotidiana creano un enorme mosaico.

La mostra ha proposto opere realizzate dall’artista in Arabia Saudita e a Firenze


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THE GLASS BETWEEN US MOHAMMAD ALFARAJ

L’artista saudita protagonista di una residenza realizzata da Middle East Now, MAD Murate Art District e Crossway Foundation Residency in collaborazione con PIA Palazzina Indiano Arte della Compagnia Virgilio Sieni.

La quinta edizione di “Middle East Now x Crossway Foundation Residency”, in partnership con una delle più importanti organizzazioni che promuove i giovani creativi dal Medio Oriente ha proposto la mostra personale di Mohammad Alfaraj, nato in Arabia Saudita nel 1993 e attualmente residente nella provincia Est del paese.

“The glass between us“ è il titolo della sua prima mostra personale che ha presentato a Firenze: una sperimentazione sul suono e sull’immagine per guardare alla vita attraverso gli occhi di un bambino.
In questo nuovo lavoro di ricerca la sorpresa e l’inaspettato nella vita quotidiana creano un enorme mosaico.

La mostra ha proposto opere realizzate dall’artista in Arabia Saudita e a Firenze nell’ambito di un laboratorio per bambini: un’esperienza sensoriale e visiva semplice nella forma, ma che approfondisce un tema fondamentale e importante, attorno al quale vuole creare un dialogo.

Un progetto di Middle East Now Now, Crossway Foundation e MAD Murate Art District
Il Progetto è stato realizzato nell’ambito di Toscanaincontemporanea2019 con il sostegno di Regione Toscana e Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze

The glass between us

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The glass between us

Mostra di punta del Middle East Film Festival 2019

The glass between us

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Edoardo Delille

Fotografo

Edoardo Delille è nato a Firenze nel 1974. Dopo gli studi in Giurisprudenza termina il corso triennale di Fotografia alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze. Nel 2001 si muove a Milano dove inizia a collaborare con fotografi di moda e pubblicità.  Dopo pochi anni inizia a scattare le prime campagne pubblicitarie e i primi editoriali per la rivista Uomo Vogue. Non abbandona mai la sua passione per il reportage sociale e nel corso degli anni le sue storie   appaiono sulle più importanti riviste di settore (Sunday Times, Wired Uk, Geo Francia, Stern, Le Monde, Marie Claire USA, Neon, IoDonna Corriere, D Repubblica, Sportweek). Lavora da molti anni sul concetto di confine in quasi tutti i paesi del Medio Oriente dove ha vissuto per lunghi periodi, alternando l’attività di storytelling con quella di ritrattista su assignment per riviste internazionali. Lavora per grandi aziende private e pubbliche (Enel, Camera di Commercio di Milano, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare)

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Edoardo Delille è nato a Firenze nel 1974. Dopo gli studi in Giurisprudenza termina il corso triennale di Fotografia alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze. Nel 2001 si muove a Milano dove inizia a collaborare con fotografi di moda e pubblicità.  Dopo pochi anni inizia a scattare le prime campagne pubblicitarie e i primi editoriali per la rivista Uomo Vogue. Non abbandona mai la sua passione per il reportage sociale e nel corso degli anni le sue storie   appaiono sulle più importanti riviste di settore (Sunday Times, Wired Uk, Geo Francia, Stern, Le Monde, Marie Claire USA, Neon, IoDonna Corriere, D Repubblica, Sportweek). Lavora da molti anni sul concetto di confine in quasi tutti i paesi del Medio Oriente dove ha vissuto per lunghi periodi, alternando l’attività di storytelling con quella di ritrattista su assignment per riviste internazionali. Lavora per grandi aziende private e pubbliche (Enel, Camera di Commercio di Milano, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) realizzando corporate e progetti fotografici dedicati. Membro del collettivo di fotografi Riverboom, negli ultimi anni usa diversi mezzi espressivi (video, stop-motion, uso di droni, collage) per raccontare le sue storie sempre impegnate da un fine sociale. Le foto dei suoi progetti sono state esposte in numerose mostre internazionali e fanno parte di collezioni private.

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Paolo Woods

Fotografo

Nato in Olanda da padre canadese e madre olandese, Paolo Woods cresce in Italia e vive a Parigi e a Haiti. Sfruttando la fotografia come strumento d’investigazione, si dedica a progetti di lunga durata dai quali nasce ogni volta una mostra, un libro e una serie di pubblicazioni nella stampa internazionale. Dopo un’indagine sul mondo del petrolio e un’inchiesta sulle guerre americane in Afghanistan e Iraq, si è interessato alla conquista cinese dell’Africa, esperienza da cui è nato CHINAFRICA, libro co-firmato con il giornalista Serge Michel e tradotto in undici lingue. Nel 2010 ha completato il progetto Walk on my Eyes, un ritratto intimo della società iraniana. Tra il 2010 e il 2014 Woods ha vissuto ad Haiti, esperienza che ha portato sia la pubblicazione (2013) di STATE e PEPE che la mostra prodotta dal Musée de l’Elysée di Losanna. Ha esposto in Francia, Italia, Stati Uniti, China, Spagna, Germania, Austria e Olanda, e i suoi lavori sono conservati in molte collezio

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Nato in Olanda da padre canadese e madre olandese, Paolo Woods cresce in Italia e vive a Parigi e a Haiti. Sfruttando la fotografia come strumento d’investigazione, si dedica a progetti di lunga durata dai quali nasce ogni volta una mostra, un libro e una serie di pubblicazioni nella stampa internazionale. Dopo un’indagine sul mondo del petrolio e un’inchiesta sulle guerre americane in Afghanistan e Iraq, si è interessato alla conquista cinese dell’Africa, esperienza da cui è nato CHINAFRICA, libro co-firmato con il giornalista Serge Michel e tradotto in undici lingue. Nel 2010 ha completato il progetto Walk on my Eyes, un ritratto intimo della società iraniana. Tra il 2010 e il 2014 Woods ha vissuto ad Haiti, esperienza che ha portato sia la pubblicazione (2013) di STATE e PEPE che la mostra prodotta dal Musée de l’Elysée di Losanna. Ha esposto in Francia, Italia, Stati Uniti, China, Spagna, Germania, Austria e Olanda, e i suoi lavori sono conservati in molte collezioni pubbliche e private. Ha ricevuto vari premi fra cui due World Press Photo Awards.

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Giuseppe Toscano

Fotografo

Giuseppe Toscano è nato a Catania nel 1976. Formatosi presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze, dal 2003 lavora per la stessa scuola come insegnante di fotografia, organizzatore e coordinatore delle attività didattiche.

Giuseppe Toscano è nato a Catania nel 1976. Formatosi presso la Fondazione Studio Marangoni di Firenze, dal 2003 lavora per la stessa scuola come insegnante di fotografia, organizzatore e coordinatore delle attività didattiche.

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Martino Marangoni

Fotografo

Martino Marangoni si è formato presso il Pratt Institute di New York, dal 1977 al 1993 è stato docente di fotografia dello Studio Arts Center International di Firenze. Nel 1991 ha istituito la Fondazione Studio Marangoni: Iniziative di Fotografia Contemporanea, di cui è presidente. Da quella data, Marangoni affianca la sua ricerca personale alla promozione della cultura fotografica a livello internazionale attraverso attività didattiche ed espositive e l’assegnazione di premi.

Martino Marangoni si è formato presso il Pratt Institute di New York, dal 1977 al 1993 è stato docente di fotografia dello Studio Arts Center International di Firenze. Nel 1991 ha istituito la Fondazione Studio Marangoni: Iniziative di Fotografia Contemporanea, di cui è presidente. Da quella data, Marangoni affianca la sua ricerca personale alla promozione della cultura fotografica a livello internazionale attraverso attività didattiche ed espositive e l’assegnazione di premi.

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Davide Virdis

Fotografo

Davide Virdis, Sassari 1962, vive a Firenze. Si è laureato in architettura. Lavora professionalmente come fotografo di architettura e territorio, realizzando campagne di analisi ed interpretazione dello spazio e delle sue relazioni con le attività umane. Dal 1998 conduce, per conto dell’Amministrazione Provinciale di Sassari, una ricerca finalizzata alla creazione di un archivio fotografico sul paesaggio contemporaneo del nord Sardegna.

Davide Virdis, Sassari 1962, vive a Firenze. Si è laureato in architettura. Lavora professionalmente come fotografo di architettura e territorio, realizzando campagne di analisi ed interpretazione dello spazio e delle sue relazioni con le attività umane. Dal 1998 conduce, per conto dell’Amministrazione Provinciale di Sassari, una ricerca finalizzata alla creazione di un archivio fotografico sul paesaggio contemporaneo del nord Sardegna.

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Incontri Confluenti

Progetto RIVA

Nell’autunno 2017 i fotografi Davide Virdis, Martino Marangoni e Giuseppe Toscano hanno elaborato un progetto originale per San Francesco, Comune di Pelago, e per Pontassieve. Il tema principale di questo lavoro era il rapporto tra il fiume Sieve e la comunità. Questo gruppo di ricerca ha prodotto un lavoro originale sul territorio tra Pelago e Pontassieve presentato durante la festa del patrono a Pelago-Pontassieve il 29 settembre 2018, in una esposizione pubblica delle fotografie prodotte. L’esposizione nello spazio pubblico, sui pannelli di affissione che permeano la dimensione urbana, viene proposta dunque in una dimensione di immediata e spontanea accessibilità. I tre autori hanno inoltre condotto un workshop sul campo con quattro giovani fotografe.

Nell’autunno 2017 i fotografi Davide Virdis, Martino Marangoni e Giuseppe Toscano hanno elaborato un progetto originale per San Francesco, Comune di Pelago, e per Pontassieve. Il tema principale di questo lavoro era il rapporto tra il fiume Sieve e la comunità. Questo gruppo di ricerca ha prodotto un lavoro originale sul territorio tra Pelago e Pontassieve presentato durante la festa del patrono a Pelago-Pontassieve il 29 settembre 2018, in una esposizione pubblica delle fotografie prodotte. L’esposizione nello spazio pubblico, sui pannelli di affissione che permeano la dimensione urbana, viene proposta dunque in una dimensione di immediata e spontanea accessibilità. I tre autori hanno inoltre condotto un workshop sul campo con quattro giovani fotografe.

Incontri Confluenti

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Ossessioni Fluviali

Progetto RIVA

Nel 2018 i fotografi Paolo Woods ed Edoardo Delille sono stati inviati a partecipare al Progetto RIVA con un workshop dedicato a giovani fotografi sul rapporto fiume e comunità, incentrato sul territorio di Pelago e Pontassieve, a cui hanno dedicato poi anche una produzione artistica inedita, che verrà esposta in occasione della grande mostra dedicata alla triennale del Progetto RIVA.

Nel 2018 i fotografi Paolo Woods ed Edoardo Delille sono stati inviati a partecipare al Progetto RIVA con un workshop dedicato a giovani fotografi sul rapporto fiume e comunità, incentrato sul territorio di Pelago e Pontassieve, a cui hanno dedicato poi anche una produzione artistica inedita, che verrà esposta in occasione della grande mostra dedicata alla triennale del Progetto RIVA.

Ossessioni Fluviali

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Lisa Batacchi

Artista visiva

Lisa Mara Batacchi si forma al Polimoda di Firenze con una lurea in fashion design lavorando in seguito per vari marchi di alta moda, in particolare per Vivienne Westwood a Londra. Successivamente consegue una laurea in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre personali e collettive, fra cui ricordiamo: 2°Something Else Cairo Biennale, Murate Art District (personale) a Firenze, Manifesta12 evento collaterale a Palermo, Art & Globalization Pavillion durante la 57a Biennale di Venezia, Dust space gallery a Milano, 4°Land Art Mongolia Biennale a Ulan Bator, Textile Arts Center a New York, Villa Ada a Roma, Clark House Initiative (personale) a Bombay, Villa Pacchiani a Pisa, riss (e) Zentrum (personale) a Varese, Mac, n a Pistoia. È vincitrice, tra gli altri, del premio italiano Movin’up per giovani artisti italiani all’estero. Negli ultimi anni ha tenuto laboratori e collaborato a progetti educativ

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Lisa Mara Batacchi si forma al Polimoda di Firenze con una lurea in fashion design lavorando in seguito per vari marchi di alta moda, in particolare per Vivienne Westwood a Londra. Successivamente consegue una laurea in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Le sue opere sono state esposte in numerose mostre personali e collettive, fra cui ricordiamo: 2°Something Else Cairo Biennale, Murate Art District (personale) a Firenze, Manifesta12 evento collaterale a Palermo, Art & Globalization Pavillion durante la 57a Biennale di Venezia, Dust space gallery a Milano, 4°Land Art Mongolia Biennale a Ulan Bator, Textile Arts Center a New York, Villa Ada a Roma, Clark House Initiative (personale) a Bombay, Villa Pacchiani a Pisa, riss (e) Zentrum (personale) a Varese, Mac, n a Pistoia. È vincitrice, tra gli altri, del premio italiano Movin’up per giovani artisti italiani all’estero. Negli ultimi anni ha tenuto laboratori e collaborato a progetti educativi con Palazzo Strozzi a Firenze, con ACAF Foundation a Shanghai, con Siena Art Institute, con Lottozero a Prato.

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A certain identity

A certain identity - Global Identities

GLOBAL IDENTITIES Postcolonial and cross-cultural Narratives
A certain identity Italia/Lituania
Arnas Anskaitis, Ignas Krunglevičius, Andrej Polukord, Ieva Rojūtė A cura di Matteo Innocenti in collaborazione con Adrius Pocius, Alesia e Yuliya Savitskaya

Secondo appuntamento del ciclo GLOBAL IDENTITIES, diretto da Valentina Gensini, A certain identity è un progetto che mette in relazione artisti di differente nazionalità intorno alla questione dell’identità, migrando in diversi paesi europei. Per la prima mostra sono stati invitati in Italia i giovani artisti lituani Arnas Anskaitis, Ignas Krunglevičius, Andrej Polukord, Ieva Rojūtė. Il titolo con la parola “certain”, in italiano “certa”, assume il doppio significato possibile: come aggettivo è sinonimo di certezza – l’identità in cui ci si può senza dubbio riconoscere – invece come aggettivo indefinito, senza qualità né quantità, indica un’identità tra molte possibili. Quattro artisti di una particolar



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GLOBAL IDENTITIES Postcolonial and cross-cultural Narratives
A certain identity Italia/Lituania
Arnas Anskaitis, Ignas Krunglevičius, Andrej Polukord, Ieva Rojūtė A cura di Matteo Innocenti in collaborazione con Adrius Pocius, Alesia e Yuliya Savitskaya

Secondo appuntamento del ciclo GLOBAL IDENTITIES, diretto da Valentina Gensini, A certain identity è un progetto che mette in relazione artisti di differente nazionalità intorno alla questione dell’identità, migrando in diversi paesi europei. Per la prima mostra sono stati invitati in Italia i giovani artisti lituani Arnas Anskaitis, Ignas Krunglevičius, Andrej Polukord, Ieva Rojūtė. Il titolo con la parola “certain”, in italiano “certa”, assume il doppio significato possibile: come aggettivo è sinonimo di certezza – l’identità in cui ci si può senza dubbio riconoscere – invece come aggettivo indefinito, senza qualità né quantità, indica un’identità tra molte possibili. Quattro artisti di una particolare nazionalità – scelti dal curatore del progetto in collaborazione con le istituzioni museali o Accademie di Belle Arti dei rispettivi paesi – sono invitati a “rappresentare” secondo la particolare inclinazione della propria ricerca, e secondo la cultura di provenienza, il fattore identitario attraverso una esposizione presso un paese ospite. La storia e la collocazione geografica della Lituania la rendono significativa sia per la questione dell’identità che per quella dei confini e dei rapporti all’interno del continente: poiché essa, al pari degli altri paesi baltici, si è costruita secondo un doppio moto di indipendenza e di annessione, tra la Russia e l’Europa – di cui è membro dal 2004 -. Il 2018 segna inoltre il centenario dell’indipendenza della nazione, avvenuta nel febbraio del 1918, a cui è seguito il costituirsi in Repubblica. Vernissage e artists talk: 5 aprile ore 17.30. La mostra è prodotta grazie alla collaborazione de Le Murate. Progetti Arte Contemporanea – Mus.e con TUM associazione culturale (Italia/Italy), Fondazione per lo sviluppo della cultura dell’istruzione della persona (Bielorussia/Belarus), Vilnius Pataphysic Institute (Lituania/Lithuania). Con il contributo di Ministry of Culture of the Republic of Lithuania, Lithuanian Council for Culture. Con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Lituana nella Repubblica Italiana e del Consolato della Repubblica Lituana di Firenze

A certain identity

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A certain identity

Ciclo Global Identities

A certain identity

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Alisa Martynova

Fotografa

Alisa Martynova nata nel 1994, originaria di Orenburg, Russia. Dopo aver terminato gli studi in Filologia straniera nel suo paese d’origine, nel 2019 si diploma nel programma triennale di fotografia professionale presso la Fondazione Studio Marangoni a Firenze, Italia. Durante i suoi studi è stata assistente per il collettivo fotografico Riverboom. Nel 2018 presenta il suo lavoro a Leica Story, nel 2019 vince la categoria fotografia del Premio Combat Prize ed è seconda classificata del Premio Canon Giovani Fotografi, successivamente proietta il suo lavoro alla serata di apertura di Les Rencontres d ‘ Arles. Nell’autunno 2019 viene selezionata tra i finalisti del Photolux Award 2019, PH museum Women Photographers Grant e all’inizio del 2020 viene selezionata per partecipare a Giovane Fotografia Italiana, sezione del Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia. Ora è membro di un’agenzia fotografica, Parallelo Zero.

Alisa Martynova nata nel 1994, originaria di Orenburg, Russia. Dopo aver terminato gli studi in Filologia straniera nel suo paese d’origine, nel 2019 si diploma nel programma triennale di fotografia professionale presso la Fondazione Studio Marangoni a Firenze, Italia. Durante i suoi studi è stata assistente per il collettivo fotografico Riverboom. Nel 2018 presenta il suo lavoro a Leica Story, nel 2019 vince la categoria fotografia del Premio Combat Prize ed è seconda classificata del Premio Canon Giovani Fotografi, successivamente proietta il suo lavoro alla serata di apertura di Les Rencontres d ‘ Arles. Nell’autunno 2019 viene selezionata tra i finalisti del Photolux Award 2019, PH museum Women Photographers Grant e all’inizio del 2020 viene selezionata per partecipare a Giovane Fotografia Italiana, sezione del Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia. Ora è membro di un’agenzia fotografica, Parallelo Zero.

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Federica Gonnelli

Progetto RIVA

Federica Gonnelli (Firenze, 1981) frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Vive e lavora al confine tra Firenze e Prato, dove dal giugno 2011 apre “InCUBOAzione”. Confine che caratterizza il suo percorso materialmente e concettualmente, attuando una ricerca al limite tra le discipline delle arti visive. Ogni velo d’organza o fotografia a doppia esposizione sono determinanti elementi che concorrono nella significazione dell’opera, imponendo agli osservatori uno slancio per varcare a loro volta il confine. Dal 2001 espone in personali, collettive e concorsi. Nel 2006 consegue la laurea, con la tesi “L’Arte & L’Abito”. Dal 2007 fa parte del collettivo artistico “Arts Factory” per il quale si occupa della progettazione e realizzazione di video, installazioni e videoinstallazioni. Nel 2013 consegue la specializzazione in Arti Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi, con la tesi “Videoinstallazioni tra Corpo-Spazio-Tempo”. Dal 2015 partec

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Federica Gonnelli (Firenze, 1981) frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Vive e lavora al confine tra Firenze e Prato, dove dal giugno 2011 apre “InCUBOAzione”. Confine che caratterizza il suo percorso materialmente e concettualmente, attuando una ricerca al limite tra le discipline delle arti visive. Ogni velo d’organza o fotografia a doppia esposizione sono determinanti elementi che concorrono nella significazione dell’opera, imponendo agli osservatori uno slancio per varcare a loro volta il confine. Dal 2001 espone in personali, collettive e concorsi. Nel 2006 consegue la laurea, con la tesi “L’Arte & L’Abito”. Dal 2007 fa parte del collettivo artistico “Arts Factory” per il quale si occupa della progettazione e realizzazione di video, installazioni e videoinstallazioni. Nel 2013 consegue la specializzazione in Arti Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi, con la tesi “Videoinstallazioni tra Corpo-Spazio-Tempo”. Dal 2015 partecipa a varie residenze d’artista, pratica che acquista una particolare importanza per la sua ricerca.

 

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Straniamento – Seemingly familiar or seemingly unfamiliar

Mostra in collaborazione con il Korea Film Fest 2017

Dal 23 marzo 2017 è ritornato il Korea Film Fest, l’appuntamento che da anni avvicina Firenze alla cultura coreana attraverso un palinsesto ricco di eventi. MAD Murate Art District ha invitato 7 artisti e due curatrici coreane in residenza. Le opere esposte, realizzate da importanti artisti coreani, in parte noti al pubblico grazie alla Biennale di Venezia in parte presentati per la prima volta al pubblico italiano, sono state selezionate dalle curatrici Jiyoung LEE, rappresentante della Platform A, e Kko-kka LEE, ex-responsabile Pianificazione e Sviluppo Programma Accademico alla Busan Biennale 2016. Con titolo di Straniamento, termine italiano per descrivere l’effetto di lontananza e alienazione, i curatori intendevano promuovere un dialogo tra pubblico italiano e opere meno conosciute dell’arte contemporanea coreana per esporre ed esplorare attraverso il linguaggio visuale sentimenti condivisi e valori comuni.

Dal 23 marzo 2017 è ritornato il Korea Film Fest, l’appuntamento che da anni avvicina Firenze alla cultura coreana attraverso un palinsesto ricco di eventi. MAD Murate Art District ha invitato 7 artisti e due curatrici coreane in residenza. Le opere esposte, realizzate da importanti artisti coreani, in parte noti al pubblico grazie alla Biennale di Venezia in parte presentati per la prima volta al pubblico italiano, sono state selezionate dalle curatrici Jiyoung LEE, rappresentante della Platform A, e Kko-kka LEE, ex-responsabile Pianificazione e Sviluppo Programma Accademico alla Busan Biennale 2016. Con titolo di Straniamento, termine italiano per descrivere l’effetto di lontananza e alienazione, i curatori intendevano promuovere un dialogo tra pubblico italiano e opere meno conosciute dell’arte contemporanea coreana per esporre ed esplorare attraverso il linguaggio visuale sentimenti condivisi e valori comuni.

Straniamento – Seemingly familiar or seemingly unfamiliar

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Straniamento – Seemingly familiar or seemingly unfamiliar

Mostra in collaborazione con il Korea Film Fest 2017

Straniamento – Seemingly familiar or seemingly unfamiliar

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Fotoromanzo Italiano

Collettivo artistico

Collettivo artistico, fondato nel 2011 da Giorgio Barrera, Andrea Botto e Marco Citron, lavora sull’immagine e sul costume dell’Italia oggi attraverso una nuova forma di racconto che attinge all’immaginariocollettivo, attivandolo e dotandolo di nuovi significati. Un ‘minestrone’ caustico e ironico di immagini e parole, che, partendo dal reale, produce libere narrazioni, incrociando politica, gossip e fatti di cronaca arrivando a nuovi contenuti, secondo criteri ispirati a quello che è stato definito ‘neorealitysmo’

Collettivo artistico, fondato nel 2011 da Giorgio Barrera, Andrea Botto e Marco Citron, lavora sull’immagine e sul costume dell’Italia oggi attraverso una nuova forma di racconto che attinge all’immaginariocollettivo, attivandolo e dotandolo di nuovi significati. Un ‘minestrone’ caustico e ironico di immagini e parole, che, partendo dal reale, produce libere narrazioni, incrociando politica, gossip e fatti di cronaca arrivando a nuovi contenuti, secondo criteri ispirati a quello che è stato definito ‘neorealitysmo’

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Quei giorni del diluvio

Progetto RIVA

Durante i giorni dell’alluvione del ’66, per la prima volta a Firenze si mise in moto spontaneamente un’enorme catena di solidarietà. Ad accorrere furono giovani provenienti da ogni parte del mondo per salvare l’arte italiana: per tutti loro fu coniato il termine ‘angeli del fango’. Fotoromanzo Italiano lavora assemblando e contaminando immagini e materiali vari; per MAD Murate Art District gli artisti hanno costituito un gruppo di lavoro che ha coinvolto studenti o giovani artisti under 35 attivi sul territorio toscano in un workshop di ricerca attorno all’Arno. I partecipanti hanno lavorato come una vera e propria redazione procedendo prima alla stesura e poi alla realizzazione di un fotoromanzo sul fiume.

Durante i giorni dell’alluvione del ’66, per la prima volta a Firenze si mise in moto spontaneamente un’enorme catena di solidarietà. Ad accorrere furono giovani provenienti da ogni parte del mondo per salvare l’arte italiana: per tutti loro fu coniato il termine ‘angeli del fango’. Fotoromanzo Italiano lavora assemblando e contaminando immagini e materiali vari; per MAD Murate Art District gli artisti hanno costituito un gruppo di lavoro che ha coinvolto studenti o giovani artisti under 35 attivi sul territorio toscano in un workshop di ricerca attorno all’Arno. I partecipanti hanno lavorato come una vera e propria redazione procedendo prima alla stesura e poi alla realizzazione di un fotoromanzo sul fiume.

Quei giorni del diluvio

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Arno Rafael Minkkinen

Fotografo

Arno Rafael Minkkinen è un fotografo finlandese-americano. Dopo la laurea presso il Wagner College con un BA in letteratura inglese, ricopre l’incarico di copywriting in Madison Avenue. Tra i suoi scritti “Cosa succede dentro la tua mente può accadere all’interno di una macchina fotografica” (per le fotocamere Minolta) e “Jingle Bells” (per J & B Scotch). Dopo questa esperienza la sua attenzione si rivolge in maniera esclusiva alla fotografia. In un workshop con John Benson a Apeiron, Millerton, New York, nel settembre 1971 produce una serie di autoritratti nudi ispirati in parte dal lavoro della compianta Diane Arbus. Pochi anni dopo, studiando con Harry Callahan e Aaron Siskind alla Rhode Island School of Design, consegue l’MFA in fotografia. Nel corso del decennio successivo, intraprende la carriera di insegnante/curatore e di direttore creativo/copywriter. Minkkinen continua nel corso della sua vita a dedicare le sue energie e la ricerca fotografica all’autori

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Arno Rafael Minkkinen è un fotografo finlandese-americano. Dopo la laurea presso il Wagner College con un BA in letteratura inglese, ricopre l’incarico di copywriting in Madison Avenue. Tra i suoi scritti “Cosa succede dentro la tua mente può accadere all’interno di una macchina fotografica” (per le fotocamere Minolta) e “Jingle Bells” (per J & B Scotch). Dopo questa esperienza la sua attenzione si rivolge in maniera esclusiva alla fotografia. In un workshop con John Benson a Apeiron, Millerton, New York, nel settembre 1971 produce una serie di autoritratti nudi ispirati in parte dal lavoro della compianta Diane Arbus. Pochi anni dopo, studiando con Harry Callahan e Aaron Siskind alla Rhode Island School of Design, consegue l’MFA in fotografia. Nel corso del decennio successivo, intraprende la carriera di insegnante/curatore e di direttore creativo/copywriter. Minkkinen continua nel corso della sua vita a dedicare le sue energie e la ricerca fotografica all’autoritratto: nello specifico la sua attenzione si rivolge alle immagini non manipolate della figura umana nuda nel paesaggio naturale. Attualmente è docente di Arte presso l’Università del Massachusetts Lowell; ricopre inoltre un incarico come docente presso l’Università di Arte e design di Helsinki e alla facoltà del Maine Media College in Rockport, Maine. Ha pubblicato ed esposto in tutto il mondo, i suoi lavori sono presenti nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, nel Museum of Fine Arts di Boston, presso l’Addison Gallery of American Art di Andover, nel Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi e Centre Georges Pompidou di Parigi, presso il Musée de l’Elysée di Losanna, nel Center for creative Fotografia in Tucson, al Tokyo Metropolitan Museum of photography in Giappone e in molti altri musei di calibro internazionale. Arno Rafael Minkkinen è stato insignito nel 1992 della medaglia di prima classe all’Ordine del Leone da parte del Governo Finlandese, e del Premio Finnish State Art in Fotografia nel 2006. Attualmente è membro del Consiglio Nazionale della Society for Photographic Education.

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Jay Wolke

Fotografo

Jay Wolke vive e lavora a Chicago, Illinois. Personali a lui dedicate sono state organizzate presso l’Art Institute di Chicago, il St. Louis Art Museum, Harvard University, la California Museum of Photography, e la Galleria Primo Piano di Napoli. Tra le varie collezioni permanenti che espongono sue fotografie vi sono il Museum of Modern Art, New York, il Whitney Museum of American Art, New York, l’Art Institute of Chicago e il Museo di San Francisco di arte moderna. Dal 1981 è docente di fotografia e arte in varie università. Dal 1992-1999 è stato Coordinatore della laurea in Documentary Photography presso l’Istituto di Design (IIT). Nel 1999-2000 è stato responsabile della “Art and Graduate Studies” presso Studio Art Centers International di Firenze. Attualmente è docente di Fotografia presso la Columbia College di Chicago, ha ricoperto anche la carica di presidente del dipartimento di Arte e Design anche nei periodi 2000-2005 e 2008-2014. Wolke ha ricevuto borse di stu

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Jay Wolke vive e lavora a Chicago, Illinois. Personali a lui dedicate sono state organizzate presso l’Art Institute di Chicago, il St. Louis Art Museum, Harvard University, la California Museum of Photography, e la Galleria Primo Piano di Napoli. Tra le varie collezioni permanenti che espongono sue fotografie vi sono il Museum of Modern Art, New York, il Whitney Museum of American Art, New York, l’Art Institute of Chicago e il Museo di San Francisco di arte moderna. Dal 1981 è docente di fotografia e arte in varie università. Dal 1992-1999 è stato Coordinatore della laurea in Documentary Photography presso l’Istituto di Design (IIT). Nel 1999-2000 è stato responsabile della “Art and Graduate Studies” presso Studio Art Centers International di Firenze. Attualmente è docente di Fotografia presso la Columbia College di Chicago, ha ricoperto anche la carica di presidente del dipartimento di Arte e Design anche nei periodi 2000-2005 e 2008-2014. Wolke ha ricevuto borse di studio e premi dalla National Endowment for the Arts, l’Arts Council Illinois, Focus Infinity Fund and the Ruttenberg Arts Foundation. Wolke ha conseguito il suo B.F.A. in Printmaking / Illustrazione presso la Washington University, St. Louis, e un M.S. in Fotografia presso l’Istituto di Design, Illinois Institute of Technology, Chicago. Ha pubblicato alcune monografie come “All Around the House: Photographs of American- Jewish Communal Life” (Art Institute of Chicago, 1998), “Along the Divide: Photographs of the Dan Ryan Expressway” (Center for American Places, 2004) e “Architecture of Resignation: Photographs from the Mezzogiorno” (Center for American Places, 2011). Le sue fotografie sono apparse in numerose pubblicazioni tra cui il New York Times Magazine, Doubletake, Architectural Record, Newsweek, Fortune, e il Village Voice.

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Massimo Vitali

Fotografo

Nato a Como, Massimo Vitali si trasferisce a Londra dopo il liceo, dove studia fotografia alla London College of Printing. Nei primi anni Sessanta lavora come fotoreporter, collaborando con molte riviste e agenzie in Italia e in Europa. In questo periodo di intenso lavoro incontra Simon Guttmann, fondatore dell’agenzia Report, fondamentale per la sua crescita come “Concerned Photographer”. All’inizio degli anni Ottanta una crescente sfiducia nella convinzione che “la fotografia abbia avuto una capacità assoluta di riprodurre le sfumature della realtà” porta Vitali a intraprendere un cambiamento nella sua carriera. Lavora come direttore della fotografia per la televisione e il cinema, tuttavia, il suo legame con la fotocamera rimane e la fotografia diviene per lui mezzo di ricerca artistica. La sua serie di panorami balneari italiani è iniziata alla luce dei radicali cambiamenti politici in Italia. Vitali osserva con attenzione le realtà italiane dipingendo una “vision

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Nato a Como, Massimo Vitali si trasferisce a Londra dopo il liceo, dove studia fotografia alla London College of Printing. Nei primi anni Sessanta lavora come fotoreporter, collaborando con molte riviste e agenzie in Italia e in Europa. In questo periodo di intenso lavoro incontra Simon Guttmann, fondatore dell’agenzia Report, fondamentale per la sua crescita come “Concerned Photographer”. All’inizio degli anni Ottanta una crescente sfiducia nella convinzione che “la fotografia abbia avuto una capacità assoluta di riprodurre le sfumature della realtà” porta Vitali a intraprendere un cambiamento nella sua carriera. Lavora come direttore della fotografia per la televisione e il cinema, tuttavia, il suo legame con la fotocamera rimane e la fotografia diviene per lui mezzo di ricerca artistica. La sua serie di panorami balneari italiani è iniziata alla luce dei radicali cambiamenti politici in Italia. Vitali osserva con attenzione le realtà italiane dipingendo una “visione clinica e compiacente di normalità italiane”. Nel corso degli ultimi 12 anni sviluppa un nuovo approccio per ritrarre il mondo, “illuminando l’apoteosi della Mandria”, esprimendo e commentando attraverso le più intriganti, forme palpabili di arte contemporanea.

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Arno Immaginario Collettivo

Progetto RIVA

Mostra fotografica di Massimo Vitali, Arno Rafael Minkkinen e Jay Wolke A cura di Fondazione Studio Marangoni

Arno immaginario Collettivo si è configurato come un triplice lavoro fotografico sull’Arno che da settembre a novembre 2016 ha coinvolto fotografi locali, fotografi internazionali e giovani fotografi. Il progetto si sviluppa sul rapporto tra Firenze e il suo elemento naturale più importante, il fiume, e restituisce una ricostruzione collettiva dell’immaginario intorno ad esso, attraverso tre momenti espositivi distinti. La mostra conclusiva ha visto la partecipazione di tre grandi fotografi internazionali. Arno Minkkinen, Massimo Vitali e Jay Wolke hanno interpretato la città di Firenze attraverso la sua spina dorsale, l’Arno, e hanno prodotto una serie di lavori inediti. Focus della ricerca di Arno Minkkinen è il paesaggio antropomorfizzato e il rapporto tra la figura umana e l’elemento dell’acqua. Un sistema combinatorio che tiene insieme a livello visivo le div

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Mostra fotografica di Massimo Vitali, Arno Rafael Minkkinen e Jay Wolke A cura di Fondazione Studio Marangoni

Arno immaginario Collettivo si è configurato come un triplice lavoro fotografico sull’Arno che da settembre a novembre 2016 ha coinvolto fotografi locali, fotografi internazionali e giovani fotografi. Il progetto si sviluppa sul rapporto tra Firenze e il suo elemento naturale più importante, il fiume, e restituisce una ricostruzione collettiva dell’immaginario intorno ad esso, attraverso tre momenti espositivi distinti. La mostra conclusiva ha visto la partecipazione di tre grandi fotografi internazionali. Arno Minkkinen, Massimo Vitali e Jay Wolke hanno interpretato la città di Firenze attraverso la sua spina dorsale, l’Arno, e hanno prodotto una serie di lavori inediti. Focus della ricerca di Arno Minkkinen è il paesaggio antropomorfizzato e il rapporto tra la figura umana e l’elemento dell’acqua. Un sistema combinatorio che tiene insieme a livello visivo le diverse anime del fiume è, invece, al centro della produzione di Jay Wolke, mentre Massimo Vitali guarda alla relazione tra i cittadini e il fiume come momento aggregazione.

Arno Immaginario Collettivo

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