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I've Known Rivers | Black History Month Florence VI ed.

Waiting For Progetto RIVA
Intervengono: Jems Kokobi e Dia Papa Demba
Modera: Justin Randolph Thompson
In collaborazione con MAD Murate Art District

I’ve Known Rivers trae il suo titolo da un verso di una poesia del 1920 di Langston Hughes che parla della diaspora e discendenza attraverso la metafora dei fiumi. Questo progetto si basa sull’operato di Jems Kokobi, che rielabora le tradizioni e collega la sua pratica artistica alla sostenibilità dell’ambiente naturale attraverso l’uso di materiali come il legno, con una risposta all’impatto della deforestazione sui fiumi, ai processi naturali che sono stati industrializzati e una riflessione sulla rivendicazione delle dimensioni spirituali di questo lavoro. L’artista, impegnato in meditazioni afrocentriche sulla storia e sul collegamento tra il mondo dell’arte contemporanea e attivismo, dialoga con un rappresentante locale dei sindacati impegnato nella lotta a favore della sostenibilità attraverso processi tecnologici e diritti dei lavoratori delle concerie del fiume Arno. La conversazione è interdisciplinare e affianca pratica e poesia.

 

I’ve Known Rivers trae il suo titolo da un verso di una poesia del 1920 di Langston Hughes che parla della diaspora e discendenza attraverso la metafora dei fiumi. Questo progetto si basa sull’operato di Jems Kokobi, che rielabora le tradizioni e collega la sua pratica artistica alla sostenibilità dell’ambiente naturale attraverso l’uso di materiali come il legno, con una risposta all’impatto della deforestazione sui fiumi, ai processi naturali che sono stati industrializzati e una riflessione sulla rivendicazione delle dimensioni spirituali di questo lavoro. L’artista, impegnato in meditazioni afrocentriche sulla storia e sul collegamento tra il mondo dell’arte contemporanea e attivismo, dialoga con un rappresentante locale dei sindacati impegnato nella lotta a favore della sostenibilità attraverso processi tecnologici e diritti dei lavoratori delle concerie del fiume Arno. La conversazione è interdisciplinare e affianca pratica e poesia.

 

I've Known Rivers | Black History Month Florence VI ed.

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I’ve Known Rivers | Black History Month Florence VI ed. 2021

Waiting For Progetto RIVA
Intervengono: Jems Kokobi e Dia Papa Demba
Modera: Justin Randolph Thompson
In collaborazione con MAD Murate Art District

I’ve Known Rivers
Black History Month Florence VI ed. 2021
I’ve Known Rivers | Black History Month Florence VI ed. 2021

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Black Archive Alliance Volum III

Black History Month Florence 2021

Questa III ° Edizione segna il terzo anno di collaborazione con Murate Art District nel ospitare il progetto Black Archive Alliance e il primo anno di una residenza di lunga durata progettata per favorire la crescita e la continua implementazione della ricerca negli archivi e nelle collezioni di Firenze e d’Italia. L’obiettivo del progetto di ricerca è di mappare e mettere a fuoco i popoli e la storia afrodiscendente e tenere spazio per un’archivio della ricerca di BHMF condivisibile nella sua forma, e nel suo contenuto.

Avviato nel 2018 Black Archive Alliance è un progetto di ricerca e formazione che mira ad evidenziare la ricerca radicata in documenti che riflettono le realtà e le storie di popolazioni africane e della diaspora africana e la loro rappresentazione negli archivi e nelle collezioni pubbliche e private nel contesto italiano.

La prima edizione ha creato una mappa virtuale di questa presenza archivistica nella città di Firenze con un catalogo che mir

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Questa III ° Edizione segna il terzo anno di collaborazione con Murate Art District nel ospitare il progetto Black Archive Alliance e il primo anno di una residenza di lunga durata progettata per favorire la crescita e la continua implementazione della ricerca negli archivi e nelle collezioni di Firenze e d’Italia. L’obiettivo del progetto di ricerca è di mappare e mettere a fuoco i popoli e la storia afrodiscendente e tenere spazio per un’archivio della ricerca di BHMF condivisibile nella sua forma, e nel suo contenuto.

Avviato nel 2018 Black Archive Alliance è un progetto di ricerca e formazione che mira ad evidenziare la ricerca radicata in documenti che riflettono le realtà e le storie di popolazioni africane e della diaspora africana e la loro rappresentazione negli archivi e nelle collezioni pubbliche e private nel contesto italiano.

La prima edizione ha creato una mappa virtuale di questa presenza archivistica nella città di Firenze con un catalogo che mira a supportare la ricerca futura e a fornire prospettive di lettura e analisi storica alternative. La seconda edizione, realizzata tra settembre 2019 e febbraio 2020 è basata su un tutoraggio tra ricercatori e studiosi che risiedono a Firenze con studenti internazionali legati a diverse discipline e istituzioni.

La terza edizione nasce da una collaborazione tra un gruppo di cinque ricercatori afrodiscendenti in diversi campi che hanno lavorato “in tandem” con gli artisti della prima edizione YGBI Research Residency. Lavorando a coppie, attraverso un approccio sperimentale basato sul dialogo e lo scambio, hanno esplorato archivi tangibili e intangibili radicati in Italia. Fornendo una contestualizzazione e una più ampia riflessione sulle opere d’arte prodotte dai membri di YGBI, il progetto intende riflettere su modi alternativi di attivare e presentare la ricerca basata su archivi, al di là della sfera accademica. I testi integrali prodotti dai ricercatori, sviluppati in collaborazione con Archive Books, saranno presenti nell’ultima pubblicazione di Archive Journal che sarà presentata il 24 febbraio alle ore 17. Nell’ambito di questa apertura espositiva, presentiamo la nostra collaborazione con Postcolonial Italy, che introduce questo progetto di mapping all’interno del nostro spazio espositivo.

A cura di BHMF con Alessandra Ferrini
In collaborazione con Archive Books, Museo MA*GA e Villa Romana
MAD Murate Art District _Emeroteca

Ricercatori: Simao Amista, Jessica Sartiani, Angelica Pesarini, Jordan Anderson, Patrick Joel Tatcheda Yonkeu

Black Archive Alliance Volum III

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Black History Month Florence

Curatorial Team

Black History Month Florence nasce nel 2016 come rete inter-istituzionale per promuovere la produzione culturale “Black” che celebra le culture afro-discendenti nel contesto italiano. L’iniziativa programma, coordina e co-promuove annualmente più di cinquanta eventi nel mese di febbraio attraverso una rete formata e supportata dal Comune, fondazioni, istituzioni e associazioni culturali, musei e locali dedicati all’arte e alla musica e scuole. BHMF come squadra curatoriale e sotto la guida di Justin Randolph Thompson e Janine Gaelle Dieudji.

Black History Month Florence nasce nel 2016 come rete inter-istituzionale per promuovere la produzione culturale “Black” che celebra le culture afro-discendenti nel contesto italiano. L’iniziativa programma, coordina e co-promuove annualmente più di cinquanta eventi nel mese di febbraio attraverso una rete formata e supportata dal Comune, fondazioni, istituzioni e associazioni culturali, musei e locali dedicati all’arte e alla musica e scuole. BHMF come squadra curatoriale e sotto la guida di Justin Randolph Thompson e Janine Gaelle Dieudji.

Justin Randolph Thompson

co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson è un artista dei nuovi media, facilitatore culturale ed educatore nato a Peekskill, NY nel ’79. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti dal 1999, Thompson è co-fondatore e direttore del Black History Month Florence, un’esplorazione sfaccettata delle culture diasporiche africane e africane nel contesto dell’Italia fondata nel 2016.
Thompson ha ricevuto il Louise Comfort Tiffany Award, il Franklin Furnace Fund Award, il Visual Artist Grant della Fundacion Marcelino Botin, due Foundation for Contemporary Arts Emergency Grants, una Jerome Fellowship dal Franconia Sculpture Park e una Emerging Artist Fellowship dal Socrates Sculpture Park. La sua vita e il suo lavoro cercano di approfondire le discussioni sulla stratificazione socio-culturale e l’organizzazione gerarchica, impiegando comunità temporanee e fugaci come monumenti e promuovendo progetti che collegano l’attivismo sociale del discorso accademico e le strategie di network

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Justin Randolph Thompson è un artista dei nuovi media, facilitatore culturale ed educatore nato a Peekskill, NY nel ’79. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti dal 1999, Thompson è co-fondatore e direttore del Black History Month Florence, un’esplorazione sfaccettata delle culture diasporiche africane e africane nel contesto dell’Italia fondata nel 2016.
Thompson ha ricevuto il Louise Comfort Tiffany Award, il Franklin Furnace Fund Award, il Visual Artist Grant della Fundacion Marcelino Botin, due Foundation for Contemporary Arts Emergency Grants, una Jerome Fellowship dal Franconia Sculpture Park e una Emerging Artist Fellowship dal Socrates Sculpture Park. La sua vita e il suo lavoro cercano di approfondire le discussioni sulla stratificazione socio-culturale e l’organizzazione gerarchica, impiegando comunità temporanee e fugaci come monumenti e promuovendo progetti che collegano l’attivismo sociale del discorso accademico e le strategie di networking del fai da te in incontri annuali e biennali, condivisione e gesti di collettività.

The isle of Venus | Kiluanji Kia Henda A cura di BHMF 2021

L’isola di Venere è una meditazione sulla miopia socio-psicologica. autoimposta prodotta dalla trasformazione delle città in siti museali tematici, ancorati al romanticismo del Rinascimento o al fascino grintoso del medievale.

La mentalità isolana si riferisce all’idea che l’isolamento e la mancanza di considerazione per tutto ciò che è al di là dei propri confini produce un senso di superiorità insulare nella sua desensibilizzazione. Nel nostro caso questo aggettivo non è riservato a coloro che sono geograficamente “tagliati fuori “, ma si riversa su quelle società così abitualmente impegnate a stabilire i termini, le norme, i canoni, i confini e i valori su cui prosperano, che raramente si accorgono della finzione intensamente costruita dal loro lavoro .

L’isola di Venere è una meditazione sulla miopia socio-psicologica prodotta dalla trasformazione delle città in siti museali tematici, ancorati al romanticismo del Rinascimento o al fascino grintoso del medievale. Parte integrante di questa patina è l’allontanamento di tutte le realtà non allineate, capaci invece di evocare  efficacemente le basi sociali di questo sbarramento coerente.

In collaborazione con M

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La mentalità isolana si riferisce all’idea che l’isolamento e la mancanza di considerazione per tutto ciò che è al di là dei propri confini produce un senso di superiorità insulare nella sua desensibilizzazione. Nel nostro caso questo aggettivo non è riservato a coloro che sono geograficamente “tagliati fuori “, ma si riversa su quelle società così abitualmente impegnate a stabilire i termini, le norme, i canoni, i confini e i valori su cui prosperano, che raramente si accorgono della finzione intensamente costruita dal loro lavoro .

L’isola di Venere è una meditazione sulla miopia socio-psicologica prodotta dalla trasformazione delle città in siti museali tematici, ancorati al romanticismo del Rinascimento o al fascino grintoso del medievale. Parte integrante di questa patina è l’allontanamento di tutte le realtà non allineate, capaci invece di evocare  efficacemente le basi sociali di questo sbarramento coerente.

In collaborazione con MAD Murate Art District
fino al 28/02 MAD Murate Art District, Sala Anna Banti

The isle of Venus | Kiluanji Kia Henda A cura di BHMF 2021

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Gettare il Sasso e nascondere la mano | BHMF 2021

Questa mostra impegna l'ostinazione socio-spirituale che riconosce l'ovvio ma è consapevole di ciascuno di noi come custodi di un'agenzia poco riconosciuta.

Gettare il Sasso e nascondere la mano è una mostra collettiva dedicata agli artisti della prima edizione della YGBI Research Residency sviluppata in collaborazione con OCAD e The Student Hotel nel febbraio 2020 sotto la guida di Andrea Fatona e Leaf Jerlefia. La residenza riflette su spazi di non-performatività, sulla collettività e sulla nozione di diaspora. Riunendo cinque artisti afro- discendenti di età inferiore ai 35 anni e residenti in Italia, la mostra progettata per le celle di Murate Art District abbraccia una serie di narrazioni collettive che collegano la spiritualità e i riti afro-discendenti all’educazione, la storia coloniale e la sua materialità all’attivismo storico. La mostra è radicalmente fondata su un approccio sperimentale alla condivisione collettiva dello spazio.

La frase Gettare il sasso e nascondere la mano è stata pronunciata da Cécile Kyenge come una descrizione di un futile tentativo di non essere ritenuto responsabile per l’at

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Gettare il Sasso e nascondere la mano è una mostra collettiva dedicata agli artisti della prima edizione della YGBI Research Residency sviluppata in collaborazione con OCAD e The Student Hotel nel febbraio 2020 sotto la guida di Andrea Fatona e Leaf Jerlefia. La residenza riflette su spazi di non-performatività, sulla collettività e sulla nozione di diaspora. Riunendo cinque artisti afro- discendenti di età inferiore ai 35 anni e residenti in Italia, la mostra progettata per le celle di Murate Art District abbraccia una serie di narrazioni collettive che collegano la spiritualità e i riti afro-discendenti all’educazione, la storia coloniale e la sua materialità all’attivismo storico. La mostra è radicalmente fondata su un approccio sperimentale alla condivisione collettiva dello spazio.

La frase Gettare il sasso e nascondere la mano è stata pronunciata da Cécile Kyenge come una descrizione di un futile tentativo di non essere ritenuto responsabile per l’attuazione di violenza sfacciata e intenzionale. La sua è stata una risposta alle mani platealmente nascoste, responsabili del danno sociale e del sostentamento di valori fratturati.

Questa mostra impegna l’ostinazione socio-spirituale che riconosce l’ovvio ma è consapevole di ciascuno di noi come custodi di un’agenzia poco riconosciuta. Le opere costituiscono un invito alla capacità collettiva di sviluppare strategie di resistenza ma anche una critica in relazione alla miopia dell’individualismo egoico. Il progetto nasce sulla scia di una serie di mostre personali che si sono svolte presso il Museo MA*GA nell’ambito del progetto di ricerca The Recovery Plan che è stato messo in pausa dalla seconda fase di serrate nell’autunno 2020 ed è accompagnato da cinque volumi monografici on line ciascuno dedicato a uno degli artisti coinvolti.

In collaborazione con MAD Murate Art District
fino al 28/02 MAD Murate Art District, celle, piano 1

Gettare il Sasso e nascondere la mano | BHMF 2021

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Black History Month Florence 2020

Questo progetto espositivo ha esaminato l’adempimento degli obblighi sociali nei confronti del lavoro sporco, le carenze di confronto culturale, l’annientamento della storia e le politiche di rispettabilità.
Gli artisti in mostra hanno attinto ciascuno da esperienze di permanenza in Italia che li spinge a coinvolgere le città di Roma, Umbertide, Milano e Firenze come siti di produzione culturale con la necessità di impegnare la storia senza esserne vittime.

L’attivista Pape Diaw, in un’intervista del 2013, ha parlato di “… sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito”. Questa contraddizione in termini è posta in un contesto sociale in cui il lavoro sporco sussiste per mantenere uno status governato da politiche di rispettabilità e di controllo sociale. Un’insistenza sulle narrazioni personali come una sostituzione delle appiattite proiezioni di Blackness, la costruzione di ponti tra un passato coloniale e una realtà neocoloniale contemporanea e l’inconsistenza de


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Questo progetto espositivo ha esaminato l’adempimento degli obblighi sociali nei confronti del lavoro sporco, le carenze di confronto culturale, l’annientamento della storia e le politiche di rispettabilità.
Gli artisti in mostra hanno attinto ciascuno da esperienze di permanenza in Italia che li spinge a coinvolgere le città di Roma, Umbertide, Milano e Firenze come siti di produzione culturale con la necessità di impegnare la storia senza esserne vittime.

L’attivista Pape Diaw, in un’intervista del 2013, ha parlato di “… sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito”. Questa contraddizione in termini è posta in un contesto sociale in cui il lavoro sporco sussiste per mantenere uno status governato da politiche di rispettabilità e di controllo sociale. Un’insistenza sulle narrazioni personali come una sostituzione delle appiattite proiezioni di Blackness, la costruzione di ponti tra un passato coloniale e una realtà neocoloniale contemporanea e l’inconsistenza della monumentalità permeano tutte queste opere con una meditazione sul passato come indicatore di ciò che è in arrivo.

La mostra, a cura di Black History Month Florence, nell’ambito della V edizione del BHMF, in collaborazione con Villa Romana (Florence), Civitella Ranieri Foundation (Umbertide) e Galleria Continua (San Gimignano), presenta il lavoro di 6 artisti internazionali che hanno utilizzato il contesto italiano come luogo di produzione artistica. Una serie di opere trasversali spinge a una rielaborazione di nozioni stereotipate del made in Italy che tendono a escludere gli afro-discendenti, svelando attitudini coloniali e invitando e rompere preconcetti.

Protagoniste le ricerche degli artisti M’Barek Bouhchichi (Morocco), Adji Dieye (Italy/Senegal), Sasha Huber (Switzerland/Finland), Delio Jasse (Angola/Italy), Amelia Umuhire (Rwanda/Germany), Nari Ward (Jamaica/USA).

Insieme hanno formato una melodia armonica che è discordante con la narrativa prescritta, centralizzata e consumata ma trova allineamento per trasmettere il suo potere e la capacità di arricchire la melodia secolare.

Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Black History Month Florence 2020

Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

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M’barek Bouhchichi

Artista visivo e installativo, scultore

Nato nel 1975 ad Akka, in Marocco, vive e lavora a Tahanaout, vicino a Marrakech, dove insegna arte. Usando la pittura, la scultura, il disegno o anche il video, M’barek Bouhchichi ha sviluppato il suo lavoro attraverso un linguaggio provvisorio fondato sull’esplorazione dei limiti tra il nostro discorso interno e la sua estensione verso il mondo esterno, il reale, l’altro. Pone le sue opere al crocevia tra l’estetica e il sociale, esplorando i campi associati come possibilità di auto-definizione.

Recentemente, il suo lavoro è stato esposto con la mostra personale Les mains noires (Kulte, Rabat, Marocco, 2016), come mostra collettiva Documents bilingues (MUCEM, Marsiglia, Francia, 2017),  Le Maroc contemporain (Institut du Monde Arabe , Parigi, Francia, 2014), Between walls (Le 18, Marrakech, Morocco, 2017).

Nato nel 1975 ad Akka, in Marocco, vive e lavora a Tahanaout, vicino a Marrakech, dove insegna arte. Usando la pittura, la scultura, il disegno o anche il video, M’barek Bouhchichi ha sviluppato il suo lavoro attraverso un linguaggio provvisorio fondato sull’esplorazione dei limiti tra il nostro discorso interno e la sua estensione verso il mondo esterno, il reale, l’altro. Pone le sue opere al crocevia tra l’estetica e il sociale, esplorando i campi associati come possibilità di auto-definizione.

Recentemente, il suo lavoro è stato esposto con la mostra personale Les mains noires (Kulte, Rabat, Marocco, 2016), come mostra collettiva Documents bilingues (MUCEM, Marsiglia, Francia, 2017),  Le Maroc contemporain (Institut du Monde Arabe , Parigi, Francia, 2014), Between walls (Le 18, Marrakech, Morocco, 2017).

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M’barek Bouhchichi

Terre - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

M’barek Bouhchichi

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Adji Dieye

Fotografa

Adji Dieye è una fotografa italo-senegalese nata a Milano nel 1991. Laureata in Nuove Tecnologie per l’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha viaggiato tra Milano e Dakar, concentrando la sua ricerca sull’influenza della pubblicità nella cultura visiva africana. Il suo lavoro esplora diversi aspetti delle società dell’Africa occidentale: l’influenza della pubblicità nella costruzione di un’identità nazionale e la spiritualità sincretica che rimane centrale per le comunità africane.

La pratica artistica di Adji Dieye spinge i confini della fotografia nel tentativo di indagare gli archetipi che costituiscono la cultura visiva africana. Nella sua ricerca il continente africano non è mai considerato fine a se stesso; rappresenta invece un ponte verso ulteriori indagini su realtà sociali e geopolitiche più ampie.

Adji Dieye è una fotografa italo-senegalese nata a Milano nel 1991. Laureata in Nuove Tecnologie per l’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Negli ultimi anni ha viaggiato tra Milano e Dakar, concentrando la sua ricerca sull’influenza della pubblicità nella cultura visiva africana. Il suo lavoro esplora diversi aspetti delle società dell’Africa occidentale: l’influenza della pubblicità nella costruzione di un’identità nazionale e la spiritualità sincretica che rimane centrale per le comunità africane.

La pratica artistica di Adji Dieye spinge i confini della fotografia nel tentativo di indagare gli archetipi che costituiscono la cultura visiva africana. Nella sua ricerca il continente africano non è mai considerato fine a se stesso; rappresenta invece un ponte verso ulteriori indagini su realtà sociali e geopolitiche più ampie.

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Adji Dieye

Red fever - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Adji Dieye

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Sasha Huber

Fotografa, video artista, performer

Sasha Huber è un’artista visiva svizzero-haitiana, nata a Zurigo, Svizzera nel 1975. Vive e lavora a Helsinki, in Finlandia. Il lavoro di Huber si occupa principalmente della politica della memoria e dell’appartenenza, in particolare in relazione ai residui coloniali abbandonati nell’ambiente. Sensibile ai fili sottili che collegano il passato e il presente, utilizza il materiale d’archivio all’interno di una pratica creativa stratificata che comprende interventi basati sulla performance, video, fotografia e collaborazioni. Huber rivendica anche l’uso della pistola ad aria compressa, consapevole del suo significato simbolico come arma, ma che offre al contempo il potenziale per rinegoziare dinamiche dove il potere non è bilanciato. È nota per il suo contributo di ricerca artistica alla campagna Demounting Louis Agassiz, che mira a smantellare l’eredità razzista meno conosciuta ma controversa del glaciologo. Questo progetto a lungo termine (dal

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Sasha Huber è un’artista visiva svizzero-haitiana, nata a Zurigo, Svizzera nel 1975. Vive e lavora a Helsinki, in Finlandia. Il lavoro di Huber si occupa principalmente della politica della memoria e dell’appartenenza, in particolare in relazione ai residui coloniali abbandonati nell’ambiente. Sensibile ai fili sottili che collegano il passato e il presente, utilizza il materiale d’archivio all’interno di una pratica creativa stratificata che comprende interventi basati sulla performance, video, fotografia e collaborazioni. Huber rivendica anche l’uso della pistola ad aria compressa, consapevole del suo significato simbolico come arma, ma che offre al contempo il potenziale per rinegoziare dinamiche dove il potere non è bilanciato. È nota per il suo contributo di ricerca artistica alla campagna Demounting Louis Agassiz, che mira a smantellare l’eredità razzista meno conosciuta ma controversa del glaciologo. Questo progetto a lungo termine (dal 2008) si è occupato di portare alla luce e riparare la storia poco conosciuta e le eredità culturali del naturalista e glaciologo svizzero Louis Agassiz (1807-1873), un influente sostenitore del razzismo “scientifico” che sosteneva la segregazione e l’ “igiene razziale”. Huber ha tenuto mostre personali alla Fondazione Hasselblad (Project Room) a Göteborg e ha partecipato a numerose mostre internazionali, tra cui la 56a Biennale di Venezia nel 2015 (mostra collaterale: Frontier Reimagined), la 19a Biennale di Sydney nel 2014 e alla 29a Biennale di San Paolo nel 2010.

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Sasha Huber

The Firsts-Edmonia Lewis - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Sasha Huber

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Delio Jasse

Fotografo

Delio Jasse è nato nel 1980 a Luanda, in Angola, vive e lavora a Milano. Nel suo lavoro fotografico spesso intreccia immagini trovate con particolari di vite passate (foto tessere trovate, album di famiglia) per tracciare collegamenti tra la fotografia – in particolare il concetto di “immagine latente” – e la memoria.

Jasse è anche noto per aver sperimentato processi di stampa fotografica analogica, tra cui cianotipia, platino e primi processi di stampa come il “Van Dyke Brown”, oltre a sviluppare proprie tecniche di stampa personali.

Le sue mostre recenti includono: MAXXI, Roma (2018); Villa Romana, Firenze (2018); Biennale dell’immagine, Lugano (solo, 2017); Collezione Walther, Neu-Ulm (2017); SAVVY Contemporary, Berlino (2017); Bamako Encounters, Bamako (2017); Biennale di Lagos, Lagos (2017); Tiwani Contemporary, Londra (solo, 2016); Walther Collection Project Space, NY (2016); Mostra internazionale Dak’art Biennale (2016); e il Padigli

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Delio Jasse è nato nel 1980 a Luanda, in Angola, vive e lavora a Milano. Nel suo lavoro fotografico spesso intreccia immagini trovate con particolari di vite passate (foto tessere trovate, album di famiglia) per tracciare collegamenti tra la fotografia – in particolare il concetto di “immagine latente” – e la memoria.

Jasse è anche noto per aver sperimentato processi di stampa fotografica analogica, tra cui cianotipia, platino e primi processi di stampa come il “Van Dyke Brown”, oltre a sviluppare proprie tecniche di stampa personali.

Le sue mostre recenti includono: MAXXI, Roma (2018); Villa Romana, Firenze (2018); Biennale dell’immagine, Lugano (solo, 2017); Collezione Walther, Neu-Ulm (2017); SAVVY Contemporary, Berlino (2017); Bamako Encounters, Bamako (2017); Biennale di Lagos, Lagos (2017); Tiwani Contemporary, Londra (solo, 2016); Walther Collection Project Space, NY (2016); Mostra internazionale Dak’art Biennale (2016); e il Padiglione dell’Angola, 56a Biennale di Venezia (2015). È stato uno dei tre finalisti del BES Photo Prize (2014) e ha vinto l’Iwalewa Art Award nel 2015.

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Delio Jasse

Pontus - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Delio Jasse

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Amelia Umuhire

Video artista, regista

Amelia Umuhire, nata nel 1991 a Kigali in Ruanda, vive come artista e regista a Berlino. Nel 2015 ha scritto e girato la sua prima serie web, Polyglot, in cui segue con la sua macchina fotografica giovani artisti ruandesi “sradicati” a Londra e Berlino. La serie è stata proiettata in numerosi festival, tra cui il Festival D’Angers, il Tribeca Film Festival e il Geneva International Film Festival, dove è stata nominata Best International Web Series nel 2015. Il suo cortometraggio Mugabo è un cortometraggio sperimentale ambientato a Kigali: esplora la questione di come tornare in patria e come affrontare il passato. Nel 2017 è stato premiato come miglior film sperimentale al Blackstar Film Festival ed è attualmente in tournée in festival in Nord America e, tra gli altri, proiettato al MOCA di Los Angeles, all’MCA Chicago, all’Ann Arbor Film Festival e allo Smithsonian African American Film Festival. Nel 2018 Amelia Umuhire ha prodotto il lungometraggio radiofo

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Amelia Umuhire, nata nel 1991 a Kigali in Ruanda, vive come artista e regista a Berlino. Nel 2015 ha scritto e girato la sua prima serie web, Polyglot, in cui segue con la sua macchina fotografica giovani artisti ruandesi “sradicati” a Londra e Berlino. La serie è stata proiettata in numerosi festival, tra cui il Festival D’Angers, il Tribeca Film Festival e il Geneva International Film Festival, dove è stata nominata Best International Web Series nel 2015. Il suo cortometraggio Mugabo è un cortometraggio sperimentale ambientato a Kigali: esplora la questione di come tornare in patria e come affrontare il passato. Nel 2017 è stato premiato come miglior film sperimentale al Blackstar Film Festival ed è attualmente in tournée in festival in Nord America e, tra gli altri, proiettato al MOCA di Los Angeles, all’MCA Chicago, all’Ann Arbor Film Festival e allo Smithsonian African American Film Festival. Nel 2018 Amelia Umuhire ha prodotto il lungometraggio radiofonico Vaterland per la stazione radio tedesca Deutschlandfunk Kultur. Racconta la storia di suo padre Innocent Seminega da giovane studente, insegnante, marito e padre fino alla sua morte per mano degli estremisti hutu. Nel febbraio di quest’anno Umuhire ha tenuto la sua prima mostra personale a Decad Berlin.

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Amelia Umuhire

Untitled - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Amelia Umuhire

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Nari Ward

Fotografo, video artista, scultore

Nari Ward (nato nel 1963 a St. Andrew, Giamaica; vive e lavora a New York) è noto per le sue installazioni scultoree composte da materiale di scarto trovato e raccolto nel suo quartiere. Ha riutilizzato oggetti come passeggini, carrelli della spesa, bottiglie, porte, televisori, registratori di cassa e lacci delle scarpe.

Ward ricontestualizza questi oggetti trovati in giustapposizioni stimolanti che creano significati metaforici complessi per affrontare questioni sociali e politiche che circondano la razza, la povertà e la cultura del consumo. Lascia intenzionalmente aperto il significato del suo lavoro, consentendo allo spettatore di fornire la propria interpretazione.

Mostre personali del suo lavoro sono state organizzate presso l’Institute of Contemporary Art, Boston (2017); SocratesSculpture Park, New York (2017); The Barnes Foundation, Philadelphia (2016); Pérez Art Museum Miami (2015); Savannah College of Art e Design Museum of Art, Savannah, GA (2015); Museo d’ar

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Nari Ward (nato nel 1963 a St. Andrew, Giamaica; vive e lavora a New York) è noto per le sue installazioni scultoree composte da materiale di scarto trovato e raccolto nel suo quartiere. Ha riutilizzato oggetti come passeggini, carrelli della spesa, bottiglie, porte, televisori, registratori di cassa e lacci delle scarpe.

Ward ricontestualizza questi oggetti trovati in giustapposizioni stimolanti che creano significati metaforici complessi per affrontare questioni sociali e politiche che circondano la razza, la povertà e la cultura del consumo. Lascia intenzionalmente aperto il significato del suo lavoro, consentendo allo spettatore di fornire la propria interpretazione.

Mostre personali del suo lavoro sono state organizzate presso l’Institute of Contemporary Art, Boston (2017); SocratesSculpture Park, New York (2017); The Barnes Foundation, Philadelphia (2016); Pérez Art Museum Miami (2015); Savannah College of Art e Design Museum of Art, Savannah, GA (2015); Museo d’arte della Louisiana State University, Baton Rouge, LA (2014); The Fabric Workshop and Museum, Philadelphia (2011); Massachusetts Museum of Contemporary Art, North Adams, MA (2011); Isabella Stewart Gardner Museum, Boston (2002); e Walker Art Center, Minneapolis, MN (2001, 2000).

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Nari Ward

Immigrist Male Figure Wall Tryptich - Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito

Nari Ward

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Justin Randolph Thompson su BHMF 2020

Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2020

Justin Randolph Thompson
Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2020
Justin Randolph Thompson su BHMF 2020

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduzione a cura del curatore

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduction
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Introduzione a cura del curatore

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 concept a cura del curatore

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson, co-founder and director Black History Month Florence
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 concept a cura del curatore

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Amelia Umuhire

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Nari Ward

Justin Randolph Thompson, co-fondatore e direttore Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Nari Ward
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Nari Ward

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Sasha Huber

Justin Randolph Thompson, co-founder and director Black History Month Florence

Justin Randolph Thompson su Sasha Huber
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020 Justin Randolph Thompson su Sasha Huber

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

Janine Gaëlle Dieudji su M'Barek Bouhchichi

Janine Gaëlle Dieudji su M'Barek Bouhchichi
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

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Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

Janine Gaelle Dieudji su Adji Dieye

Janine Gaelle Dieudji su Adji Dieye
Sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito BHMF 2020

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Black Archive Alliance

Black History Month Florence 2020

Un progetto di Villa Romana in collaborazione con Black History Month Florence

Black Archive Alliance ha portato a Firenze uno sguardo insolito: quello di nove studenti alla ricerca di segni di una presenza africana in città. Il progetto, nato dalla collaborazione fra Villa Romana e Black History Month Florence, giunto alla seconda edizione, ha spaziato, per campi molto diversi, dall’era moderna alla contemporaneità. Le storie che questo esercizio archeologico ha permesso di raccontare sono altrettanti brani di una Firenze poco nota, se non del tutto sconosciuta, che incrocia l’Africa – e Africani del continente e della diaspora – e con essa tesse, di volta in volta, rapporti culturali, politici, economici, a cominciare dal XV secolo fino all’oggi.

Il lavoro ha spaziato da luoghi della ricerca per eccellenza, come la Biblioteca Laurenziana e l’Archivio del Risorgimento, a centri di studio noti soprattutto agli specialisti, come l’Istituto Agronomico dell’Oltremare (og

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Un progetto di Villa Romana in collaborazione con Black History Month Florence

Black Archive Alliance ha portato a Firenze uno sguardo insolito: quello di nove studenti alla ricerca di segni di una presenza africana in città. Il progetto, nato dalla collaborazione fra Villa Romana e Black History Month Florence, giunto alla seconda edizione, ha spaziato, per campi molto diversi, dall’era moderna alla contemporaneità. Le storie che questo esercizio archeologico ha permesso di raccontare sono altrettanti brani di una Firenze poco nota, se non del tutto sconosciuta, che incrocia l’Africa – e Africani del continente e della diaspora – e con essa tesse, di volta in volta, rapporti culturali, politici, economici, a cominciare dal XV secolo fino all’oggi.

Il lavoro ha spaziato da luoghi della ricerca per eccellenza, come la Biblioteca Laurenziana e l’Archivio del Risorgimento, a centri di studio noti soprattutto agli specialisti, come l’Istituto Agronomico dell’Oltremare (oggi una delle sedi dell’Agenzia italiana per la cooperazione internazionale) e l’Istituto Geografico Militare, a carte private e alle collezioni di Palazzo Pitti, con il Tesoro dei Granduchi. La seconda edizione del progetto è stata realizzata con un format di tutoraggio con docenti e studiosi in tandem con gli studenti che guidano la loro ricerca. Il progetto ha collaborato con studiosi dell’Università degli Studi di Firenze, Studio Arts College International, NYU Florence, Villa I Tatti, Syracuse University Florence, Santa Reparata International School of Art e ISI Florence.

A cura di Justin Randolph Thompson, BHMF e Agnes Stillger, Villa Romana

Black Archive Alliance

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Black Archive Alliance

Black History Month Florence 2020

Black Archive Alliance

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Karyn Olivier

Artista installativo

Karyn Olivier è nota per installazioni su larga scala che provocano un’interruzione degli spazi pubblici e privati. Le forme familiari, alterate nella funzione e nella sostanza, creano inquietanti meditazioni sul ristagno, divisione e peso della materialità. Le sue installazioni esplorano la poetica dello spazio e il ruolo degli spettatori nel plasmare la propria esperienza e il proprio coinvolgimento.

Karyn Olivier è nota per installazioni su larga scala che provocano un’interruzione degli spazi pubblici e privati. Le forme familiari, alterate nella funzione e nella sostanza, creano inquietanti meditazioni sul ristagno, divisione e peso della materialità. Le sue installazioni esplorano la poetica dello spazio e il ruolo degli spettatori nel plasmare la propria esperienza e il proprio coinvolgimento.

Because time in this place does not obey an order

Because time in this place does not obey an order - Black History Month Florence 2019

Because Time In This Place Does Not Obey An Order | Karyn Olivier

A cura di Black History Month Florence
Con la partnership di MAD Murate Art District

In collaborazione con:
Boomker Sound Studios
Syracuse University Florence
SRISA
Vivaio Il Giardiniere
Antonella Bundu
Chris Norcross

Pretesto:
E non si respire più
E non ci si vede più
Ma nella fuga, compagno
Nella paura, compagno
Come nella lotta, compagno
Resterò sempre a fianco a te.
Collettivo Victor Jara, Le Murate

Queste erano le parole scritte e cantate dal collettivo musicale Victor Jara giorni dopo la rivolta del 1974 alle prigioni de Le Murate. La protesta contro le condizioni di vita non idonee e le forze oppressive sono frequenti nei siti che separano, volontariamente o con la forza, i gruppi sociali dal mondo che li circonda.

La natura socio-spirituale di ciò che è giusto e il valore umano sono alla radice della contemplazione nell’ isolamento. Questi sentimenti scaturiti dall’incontro dell’artista con Le Murate.















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Because Time In This Place Does Not Obey An Order | Karyn Olivier

A cura di Black History Month Florence
Con la partnership di MAD Murate Art District

In collaborazione con:
Boomker Sound Studios
Syracuse University Florence
SRISA
Vivaio Il Giardiniere
Antonella Bundu
Chris Norcross

Pretesto:
E non si respire più
E non ci si vede più
Ma nella fuga, compagno
Nella paura, compagno
Come nella lotta, compagno
Resterò sempre a fianco a te.
Collettivo Victor Jara, Le Murate

Queste erano le parole scritte e cantate dal collettivo musicale Victor Jara giorni dopo la rivolta del 1974 alle prigioni de Le Murate. La protesta contro le condizioni di vita non idonee e le forze oppressive sono frequenti nei siti che separano, volontariamente o con la forza, i gruppi sociali dal mondo che li circonda.

La natura socio-spirituale di ciò che è giusto e il valore umano sono alla radice della contemplazione nell’ isolamento. Questi sentimenti scaturiti dall’incontro dell’artista con Le Murate. Progetti Arte Contemporanea, hanno guidato il progetto.

Per la quarta edizione del Black History Month Firenze Karyn Olivier, l’attuale Borsista del Rome Prize all’American Academy in Rome, ha presentato Because Time In This Place Does Not Obey An Order, una serie di installazioni site specific che si cimentano con il rapporto tra giustizia e spiritualità.

Le opere hanno coinvolto la storia del complesso de Le Murate e la sua trasformazione da sito di reclusione spirituale a spazio carcerario, in lotta tra la continuità e il contrasto tra le storie che evoca. La salute mentale, la critica sociale, l’isolamento, la chiusura della storia e la confusione dei sensi mettono i giardini di clausura in dialogo con le parole ferme di Martin Luther King Jr. scritte da una cella di prigionia rivelando tracce di una vita a porte chiuse che reclama diritti universali.

Because time in this place does not obey an order

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Because time in this place does not obey an order

Because time in this place does not obey an order - Black History Month Florence 2019

Because time in this place does not obey an order

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Justin Randolph Thompson | BHMF 2019

Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2019

Justin Randolph Thompson
Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2019
Justin Randolph Thompson | BHMF 2019

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Lucio Ruvidotti

Fumettista

Lucio Ruvidotti, è un giovane autore attivo nel mondo delle autoproduzioni e nella pagina del settimanale Pagina99, il suo recente libro ritrae “Il principe delle tenebre” in un romanzo biografico ricco di ritmi, colori e sperimentazione che dona a un’icona , evoluzione naturale della collana BD Rock.

Lucio Ruvidotti, è un giovane autore attivo nel mondo delle autoproduzioni e nella pagina del settimanale Pagina99, il suo recente libro ritrae “Il principe delle tenebre” in un romanzo biografico ricco di ritmi, colori e sperimentazione che dona a un’icona , evoluzione naturale della collana BD Rock.

Miles. Assolo a fumetti

Miles. Assolo a fumetti - Black History Month Florence 2019

MILES Assolo a Fumetti di Lucio Ruvidotti A cura di Black History Month Florence

Miles Davis è una delle figure più iconiche della storia del jazz. La sua biografia è un esempio di complessa evoluzione e persistenza artistica. Per molti versi, il jazz è spesso lontano dall’apprezzamento delle giovani generazioni e la magia della sua espansione del suono e dell’impatto culturale viene quindi poco compresa. Questa mostra assume la forma del fumetto per raccontare la vita al tempo di Davis e gli impulsi dietro alcune delle sue composizioni che sono diventate icone del jazz. Lucio Ruvidotti ha trasformato l’amore per il jazz in una striscia che invita lo spettatore a uno sguardo intimo verso l’artista e celebrando l’impatto che ha avuto sul mondo della musica; come Ruvidotti stesso spiega:

“Ho cercato di raccontare la storia di questa figura, il principe delle tenebre, il grande artista, approfittando di alcuni episodi della sua esuberante vita esagerata

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MILES Assolo a Fumetti di Lucio Ruvidotti A cura di Black History Month Florence

Miles Davis è una delle figure più iconiche della storia del jazz. La sua biografia è un esempio di complessa evoluzione e persistenza artistica. Per molti versi, il jazz è spesso lontano dall’apprezzamento delle giovani generazioni e la magia della sua espansione del suono e dell’impatto culturale viene quindi poco compresa. Questa mostra assume la forma del fumetto per raccontare la vita al tempo di Davis e gli impulsi dietro alcune delle sue composizioni che sono diventate icone del jazz. Lucio Ruvidotti ha trasformato l’amore per il jazz in una striscia che invita lo spettatore a uno sguardo intimo verso l’artista e celebrando l’impatto che ha avuto sul mondo della musica; come Ruvidotti stesso spiega:

“Ho cercato di raccontare la storia di questa figura, il principe delle tenebre, il grande artista, approfittando di alcuni episodi della sua esuberante vita esagerata. Ma soprattutto l’obiettivo era mostrare, attraverso il linguaggio dei fumetti, la musica, incredibilmente evoluta, da lui composta, dagli anni Quaranta agli anni Novanta”

La striscia a fumetti pubblicata nel 2018 da Edizioni BD racconta la storia attraverso otto capitoli intitolati con i nomi di alcune delle sue composizioni più importanti. Ogni parte del libro si distingue anche per un diverso uso del colore e della composizione della tavola. La mostra affianca ai disegni originali realizzati dall’artista una serie di stampe del fumetto, accompagnata dalla musica di Miles Davis che pervade la sala Emeroteca delle Murate.

Miles. Assolo a fumetti

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Black Archive Alliance VOL 1

Mira a fornire la scintilla fondamentale per la ricerca futura in questo campo per rimediare allo stato di amnesia che isola la presenza diasporica africana nella città e nel paese come fenomeno esclusivamente contemporaneo

Gli obiettivi della iniziativa mirano a presentare materiali d’archivio in siti sparsi per la città allargando l’accesso ai risultati per evidenziare le cronologie che sono state spesso omesse dalla memoria locale. Fornire la scintilla fondamentale per la ricerca futura in questo campo per rimediare allo stato di amnesia che isola la presenza diasporica africana nella città e nel paese come fenomeno esclusivamente contemporaneo. Evidenziare la ricerca e i ricercatori che hanno già svolto questo lavoro, producendo testi e materiali per mostre fotografiche come risorse educative. All’interno di questo progetto a Murate Art District si presenteranno  due elementi.  

Elemento I: Cartoline dalle Colonie
Sala Laura Orvieto
27  novembre 2018 h.17.30

Progetto di Villa Romana in collaborazione con BHMF, MAD Murate Art Districte Cantiere Toscana.

Cartoline dalle Colonie è una raccolta di tre serie di cartoline e una seria di Francobolli delle colonie Italiane in Eritr



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Gli obiettivi della iniziativa mirano a presentare materiali d’archivio in siti sparsi per la città allargando l’accesso ai risultati per evidenziare le cronologie che sono state spesso omesse dalla memoria locale. Fornire la scintilla fondamentale per la ricerca futura in questo campo per rimediare allo stato di amnesia che isola la presenza diasporica africana nella città e nel paese come fenomeno esclusivamente contemporaneo. Evidenziare la ricerca e i ricercatori che hanno già svolto questo lavoro, producendo testi e materiali per mostre fotografiche come risorse educative. All’interno di questo progetto a Murate Art District si presenteranno  due elementi.  

Elemento I: Cartoline dalle Colonie
Sala Laura Orvieto
27  novembre 2018 h.17.30

Progetto di Villa Romana in collaborazione con BHMF, MAD Murate Art Districte Cantiere Toscana.

Cartoline dalle Colonie è una raccolta di tre serie di cartoline e una seria di Francobolli delle colonie Italiane in Eritrea, Etiopia e Somalia che presentano un immaginario della presenza Italiana in Africa Orientale, un laudo alle truppe e un invito ai soldati accompagnato da un testo contestuale di critica che esamina queste colonie dal punto di vista Italiano nel periodo della loro occupazione.  Con un testo di Julia Snyder, Sarina Patel, Willa Konsmo

Architettura di paesaggio. Parchi urbani e giardini botanici in Africa
Michele Dantini © 2008
Per Black Archive Alliance Michele Dantini presenta una ricerca radicata in vari archivi internazionali che indaga sui giardini botanici africani, sul loro concezione coloniale e sul loro significato oggi. La storia dei parchi urbani e dei giardini botanici africani si intreccia con le vicende politiche o sociali degli stati, i processi di colonizzazione e decolonizzazione, l’instaurarsi delle nuove nazioni; e in modi alterni con la storia dell’agricoltura e della foresta. Si intreccia soprattutto con una fantasia profondamente inscritta nell’immaginazione coloniale europea, quella di un Eden africano adatto alla caccia e alle emozioni senza tempo, e con le norme, le demarcazioni, i divieti che le hanno dato vita attraverso la creazione di parchi naturali e aree protette, sottratte all’uso delle popolazioni locali.

Elemento II:  Preparing a Recovery Plan
Film Screening Curated by BHMF Sala Ketty La Rocca 27Novembre 2018 h.18.00 Progetto di Villa Romana in collaborazione con BHMF, MAD Murate Art Districte Cantiere Toscana.

Preparing a Recovery Plan è un film screening dedicato a un impegno proattivo lungimirante riguardo le complesse narrazioni sulla tradizionale visione “occidentale”. Un lavoro per la rigenerazione e ricalibrazione della attribuzione dei valori. Promuovere la preparazione preventiva per il disastro previsto della cancellazione storica. Il progetto fa parte del progetto Black Archive Alliance. Artisti: Kevin Jerome Everson Alessandra Ferrini Lerato Shadi

Altri Spazi in cui si sviluppa l’iniziativa: 

Biblioteca Marucelliana, Via Camillo Cavour, 43, 50129 Florence;  8.30 am – 6.30 pm
Biblioteca Medicea Laurenziana, Piazza San Lorenzo 9, 50123 Florence; 9.30 am -1.30 pm
British Institute of Florence/ Harold Acton Library, Lungarno Guicciardini 9, 50125 Florence; 10 am – 6 pm
Mediateca Toscana, Via San Gallo 25, 50129 Florence; 10 am – 1 pm / 2 – 7 pm
Centro Studi La Pira, Via dei Pescioni 3, 50123 Florence, 9  am – 7 pm
Fondazione Santa Maria Nuova, Piazza Santa Maria Nuova 1, 50122 Florence; 10 am-1 pm / 3 – 7 pm
SACI/ Worthington Library, Palazzo dei Cartelloni, Via Sant Antonio 11, 50123 Florence; 9 am – 9 pm
Syracuse University Florence/ Syracuse Florence Library, Piazza Fra’ Girolamo Savonarola 15, 50132 Florence; 9 am -1.30 pm / 3 – 8 pm

Villa Romana collabora con BHMF e Cantiere Toscana sponsorizzate dalla Regione di Toscana organizzando una serie di mini-mostre basate sugli archivi, collezioni e biblioteche private e pubblici di Firenze con documenti che riflettono le realtà e le storie delle popolazioni  Africani, della loro diaspora e la loro rappresentazione.
Questa serie di mostre si apre per tre giorni nell’ultima settimana di novembre creando una mappa virtuale di questa presenza archivistica nella città. Un catalogo risultante intende assistere la ricerca futura fornendo informazioni dettagliate a coloro che visitano la gamma di spazi dislocati in tutta Firenze e oltre con cui siamo in collaborazione.

Black Archive Alliance VOL 1

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Mountaintops

Black History Month Florence 2018
Murate Artlab

Mountaintops è stato un laboratorio artistico progettato per bambini della scuola primaria che celebra Martin Luther King Jr. mentre spingeva i partecipanti a sognare oltre ciò che possono vedere e ad aspirare a ciò che appare fuori dalla loro portata. Attingendo al discorso del 1968 in cui King afferma: “Sono stato in cima alla montagna” il laboratorio è stato costituito dall’intreccio di tre attività che sfruttassero il linguaggio dell’installazione scultorea e le caratteristiche della performance. Il workshop prevedeva la creazione di un paesaggio montano a 360 gradi, una serie di montagne topografiche in cima a pali di legno e la creazione di una superficie da arrampicata. Riflettendo sull’eredità di Martin Luther King, i tre elementi hanno esaminato il significato dei sogni e dell’ambizione, l’importanza della leadership e le strategie per superare gli ostacoli.

 

Fasi del laboratorio artistico. Da dove mi trovo: Si rifletteva sul c

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Mountaintops è stato un laboratorio artistico progettato per bambini della scuola primaria che celebra Martin Luther King Jr. mentre spingeva i partecipanti a sognare oltre ciò che possono vedere e ad aspirare a ciò che appare fuori dalla loro portata. Attingendo al discorso del 1968 in cui King afferma: “Sono stato in cima alla montagna” il laboratorio è stato costituito dall’intreccio di tre attività che sfruttassero il linguaggio dell’installazione scultorea e le caratteristiche della performance. Il workshop prevedeva la creazione di un paesaggio montano a 360 gradi, una serie di montagne topografiche in cima a pali di legno e la creazione di una superficie da arrampicata. Riflettendo sull’eredità di Martin Luther King, i tre elementi hanno esaminato il significato dei sogni e dell’ambizione, l’importanza della leadership e le strategie per superare gli ostacoli.

 

Fasi del laboratorio artistico. Da dove mi trovo: Si rifletteva sul concetto di creare i nostri ostacoli. Il primo elemento del workshop è stato dedicato alla realizzazione di una pittura paesaggistica autoreggente a 360 gradi. Una serie di post indipendenti sosteneva delle cime montuose in cartone ritagliate e dipinte dai partecipanti al workshop. Queste vette sono state attaccate alla cima dei post di supporto mettendo i partecipanti al centro di un piccolo spazio circondato dalle montagne di loro creazione. La vasta gamma di colori ricreava la fresca alba da un lato e il caldo tramonto dall’altro. Ci vuole un villaggio: Esaminando la forma delle mappe topografiche e il potere simbolico dello scettro, quest’opera comportava la fusione di una piccola catena montuosa in gesso che è stata montata sopra un palo di legno per creare un bastone. Solo quando tutti gli scettri sono stati messi insieme, si è creata una catena montuosa. Questo elemento sottolineava l’importanza della leadership e l’importanza simultanea della collaborazione e della comunità. La scalata: L’ultimo elemento del workshop riguardava il superamento degli ostacoli. Implicava l’apposizione di una serie di prese su roccia da arrampicata su una parete in legno a forma di montagna e l’esplorazione della scalata di questa forma. Una serie di prese per l’arrampicata su roccia create dall’artista sono state attaccate alla superficie della montagna, ciascuna posizionata in base alle scelte dei partecipanti. Una volta riuniti i partecipanti hanno provato l’arrampicata su questo muro imparando alcuni trucchi e tecniche di arrampicata su roccia. Il laboratorio è stato condotto da Justin Randolph Thompson, Black History Month Florence, in collaborazione con Utopia Italy, MAD Murate Art District e MUS.E

Mountaintops

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Justin Randolph Thompson | BHMF 2018

Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2018

Justin Randolph Thompson
Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra 2018
Justin Randolph Thompson | BHMF 2018

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Nirveda Alleck

Artista multidisciplinare

Nirveda Alleck nata nel 1975, Mauritius. Attualmente vive sulle isole Mauritius. Nirveda Alleck è un’artista multidisciplinare che fonde situazioni pubbliche e personali per creare opere che scompongono nozioni psicologiche di tempo, spazio, vita e morte.

Nirveda Alleck nata nel 1975, Mauritius. Attualmente vive sulle isole Mauritius. Nirveda Alleck è un’artista multidisciplinare che fonde situazioni pubbliche e personali per creare opere che scompongono nozioni psicologiche di tempo, spazio, vita e morte.

Nathalie Anguezomo Mba Bikoro

Artista concettuale

Nathalie Anguezomo Mba Bikoro è un’artista interdisciplinare originaria del Gabon e ora con sede a Berlino, le cui opere sviluppano progetti tra comunità e raccolgono narrazioni fratturate per il cambiamento sociale attraverso identità, memoria, dialogo, storia e multilinguismo. Indaga la creolizzazione delle identità che commentano i sensi fratturati della condizione umana, le sue costruzioni e interroga le narrazioni contro-storiche dei futuri speculativi, dei loro paesaggi e dell’immaginario geopolitico.

Nathalie Anguezomo Mba Bikoro è un’artista interdisciplinare originaria del Gabon e ora con sede a Berlino, le cui opere sviluppano progetti tra comunità e raccolgono narrazioni fratturate per il cambiamento sociale attraverso identità, memoria, dialogo, storia e multilinguismo. Indaga la creolizzazione delle identità che commentano i sensi fratturati della condizione umana, le sue costruzioni e interroga le narrazioni contro-storiche dei futuri speculativi, dei loro paesaggi e dell’immaginario geopolitico.

Rehema Chachage

Fotografa, video artist, performer

Rehema Chachage è nata a Dar es Salaam ed è un’artista visiva che lavora in performance, fotografia, video, suono e installazioni. Ha conseguito una laurea in Belle Arti presso l’Università di Cape Town (2009); e MA Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London (2018).

Rehema Chachage è nata a Dar es Salaam ed è un’artista visiva che lavora in performance, fotografia, video, suono e installazioni. Ha conseguito una laurea in Belle Arti presso l’Università di Cape Town (2009); e MA Contemporary Art Theory presso Goldsmiths, University of London (2018).

Wanja Kimani

Video artist, performer, scrittrice

Wanja Kimani è un’artista visiva e scrittrice con sede nel Cambridgeshire, nel Regno Unito. Attraverso film, tessuti e installazioni, il suo lavoro esplora la memoria, i traumi e la fluidità all’interno delle strutture sociali che sono progettate per prendersi cura e proteggere, ma mutano in forze coercitive all’interno della società. Impone elementi della propria vita negli spazi pubblici, creando una narrazione personale in cui è sia autrice che personaggio. Il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale. Nel 2018, la sua performance “Expectations” è stata inclusa nella presentazione del Laboratoire Agit’Art durante la Dak’Art Biennale of Contemporary African Art. Nel 2019, ha presentato il suo lavoro ad Art Dubai e come parte di una mostra collettiva “Yesterday is Today’s Memory” all’Espace Commines, Parigi, Francia.

Wanja Kimani è un’artista visiva e scrittrice con sede nel Cambridgeshire, nel Regno Unito. Attraverso film, tessuti e installazioni, il suo lavoro esplora la memoria, i traumi e la fluidità all’interno delle strutture sociali che sono progettate per prendersi cura e proteggere, ma mutano in forze coercitive all’interno della società. Impone elementi della propria vita negli spazi pubblici, creando una narrazione personale in cui è sia autrice che personaggio. Il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale. Nel 2018, la sua performance “Expectations” è stata inclusa nella presentazione del Laboratoire Agit’Art durante la Dak’Art Biennale of Contemporary African Art. Nel 2019, ha presentato il suo lavoro ad Art Dubai e come parte di una mostra collettiva “Yesterday is Today’s Memory” all’Espace Commines, Parigi, Francia.

Michèle Magema

Fotografa, video artist, performer

Michèle Magema, nata a Kinshasa nel 1977, è un’artista di video, performance e fotografia congolese-francese. È nata a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo nel 1977. È emigrata a Parigi, in Francia nel 1984, e attualmente risiede a Nevers.

Michèle Magema, nata a Kinshasa nel 1977, è un’artista di video, performance e fotografia congolese-francese. È nata a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo nel 1977. È emigrata a Parigi, in Francia nel 1984, e attualmente risiede a Nevers.

Fatima Mazmouz

Fotografa

Fatima Mazmouz Nata il 2 maggio 1974 a Casablanca, in Marocco, è un fotografo, artista visivo, concettuale. La sua produzione artistica, LES VENTRES DU SILENCE, Pouvoirs et contre Powers, si occupa principalmente delle varie lotte di potere implicite e invisibili radicate nelle nostre società giudaico-cristiane e arabo-musulmane. Il suo lavoro traduce così la storia dell’emancipazione attraverso un profondo impegno per le libertà individuali. Con il progetto Super Oum e The Broken Body, l’artista si inserisce in una lotta femminista in un contesto post-coloniale per una lotta alla discriminazione razziale e per i diritti delle donne (Diritto all’aborto per tutti).

Fatima Mazmouz Nata il 2 maggio 1974 a Casablanca, in Marocco, è un fotografo, artista visivo, concettuale. La sua produzione artistica, LES VENTRES DU SILENCE, Pouvoirs et contre Powers, si occupa principalmente delle varie lotte di potere implicite e invisibili radicate nelle nostre società giudaico-cristiane e arabo-musulmane. Il suo lavoro traduce così la storia dell’emancipazione attraverso un profondo impegno per le libertà individuali. Con il progetto Super Oum e The Broken Body, l’artista si inserisce in una lotta femminista in un contesto post-coloniale per una lotta alla discriminazione razziale e per i diritti delle donne (Diritto all’aborto per tutti).

Myriam Mihindou

Fotografa, video artist, performer

Myriam Mihindou è cresciuta in Gabon con madre francese e padre gabonese, prima di andare in esilio in Francia alla fine degli anni ’80. Dopo una laurea in architettura, si iscrive alla scuola di belle arti di Bordeaux. Soffrendo di afasia, un disturbo del linguaggio parlato e scritto, era in quel momento alla ricerca di un mezzo di espressione. Lavorando inizialmente su scultura e forgiatura, Joseph Beuys e Ana Mendieta la incoraggiano a dirigere la sua esplorazione plastica nella natura attraverso azioni ritualizzate con materiali organici (terra, acqua, sole, paraffina, caolino e tè). Si è laureata nel 1993, sviluppando un linguaggio plastico multidisciplinare, lavorando sia nella fotografia che nella performance, video, disegno e scultura. La sua esperienza di viaggi in molti paesi tra cui dal Gabon all’Isola della Riunione, dall’Egitto al Marocco, le sue opere sono state nutrite da questi incontri geografici e culturali. Altamente autobiografica, i suoi proces

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Myriam Mihindou è cresciuta in Gabon con madre francese e padre gabonese, prima di andare in esilio in Francia alla fine degli anni ’80. Dopo una laurea in architettura, si iscrive alla scuola di belle arti di Bordeaux. Soffrendo di afasia, un disturbo del linguaggio parlato e scritto, era in quel momento alla ricerca di un mezzo di espressione. Lavorando inizialmente su scultura e forgiatura, Joseph Beuys e Ana Mendieta la incoraggiano a dirigere la sua esplorazione plastica nella natura attraverso azioni ritualizzate con materiali organici (terra, acqua, sole, paraffina, caolino e tè). Si è laureata nel 1993, sviluppando un linguaggio plastico multidisciplinare, lavorando sia nella fotografia che nella performance, video, disegno e scultura. La sua esperienza di viaggi in molti paesi tra cui dal Gabon all’Isola della Riunione, dall’Egitto al Marocco, le sue opere sono state nutrite da questi incontri geografici e culturali. Altamente autobiografica, i suoi processi creativi sondano la memoria, l’identità, i temi sociali, politici e sessuali del corpo.

Tabita Rezaire

Sound Artist

Rezaire si definisce “franco-guyano-danese”. È cresciuta a Parigi e lì ha studiato, oltre che a Copenaghen e Londra, dove ha conseguito un master presso il Central Saint Martins College of Art and Design. Ha poi vissuto a Parigi, Mozambico e Johannesburg dal 2014.Nel 2017 è stata accolta in residenza da MeetFactory a Praga , dove ha iniziato a lavorare sul suono.

Rezaire si definisce “franco-guyano-danese”. È cresciuta a Parigi e lì ha studiato, oltre che a Copenaghen e Londra, dove ha conseguito un master presso il Central Saint Martins College of Art and Design. Ha poi vissuto a Parigi, Mozambico e Johannesburg dal 2014.Nel 2017 è stata accolta in residenza da MeetFactory a Praga , dove ha iniziato a lavorare sul suono.

Clay Apenouvon

Artista installativo

Nato nel 1970 a Lomé, Togo. Vive e lavora sia ad Aubervilliers che a Lomé.

Clay Apenouvon ha partecipato a laboratori di pittura, arti grafiche e serigrafia in Togo prima di trasferirsi a Parigi dove ha continuato la sua iniziazione con gli artisti Claude Viallat e Mounir Fatmi.
Dopo aver esplorato il cartone come materiale, ha sviluppato il concetto “Plastic Attack” per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla nocività della plastica. Più recentemente con il Film noir de Lampedusa (2015) ha denunciato l’indifferenza dell’Europa di fronte alla tragedia dell’immigrazione clandestina. Ha utilizzato un film estensibile nero per creare un’installazione in situ eccezionalmente potente ed evocativa.

Clay Apenouvon ha esposto i suoi lavori alla 1:54 Contemporary African Art Fair di Londra (2015) e nell’opera collettiva Visibles / Invisibles, l’Afrique urbaine et ses marges alla Fondation Blachère, Francia (2015). Per The Day That Come


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Nato nel 1970 a Lomé, Togo. Vive e lavora sia ad Aubervilliers che a Lomé.

Clay Apenouvon ha partecipato a laboratori di pittura, arti grafiche e serigrafia in Togo prima di trasferirsi a Parigi dove ha continuato la sua iniziazione con gli artisti Claude Viallat e Mounir Fatmi.
Dopo aver esplorato il cartone come materiale, ha sviluppato il concetto “Plastic Attack” per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla nocività della plastica. Più recentemente con il Film noir de Lampedusa (2015) ha denunciato l’indifferenza dell’Europa di fronte alla tragedia dell’immigrazione clandestina. Ha utilizzato un film estensibile nero per creare un’installazione in situ eccezionalmente potente ed evocativa.

Clay Apenouvon ha esposto i suoi lavori alla 1:54 Contemporary African Art Fair di Londra (2015) e nell’opera collettiva Visibles / Invisibles, l’Afrique urbaine et ses marges alla Fondation Blachère, Francia (2015). Per The Day That Comes, creerà un’opera originale in situ.

Film noir per Lampedusa - Videozoom: Africana Womanism

Black History Month Florence 2017

Film noir per Lampedusa - Videozoom: Africana Womanism

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Black History Month Florence 2017

Ispirato al Black History Month celebrato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’evento fiorentino mette in risalto i contributi culturali della diaspora africana che hanno influenzato la cultura popolare Italiana.
Conferenze, proiezioni di film, letture di libri, mostre d’arte, eventi enogastronomici, concerti e spettacoli ricordano i più importanti passaggi della storia africana ponendola in relazione con il panorama contemporaneo fiorentino.

All’interno di questa iniziativa si inserisce la XV edizione della rassegna Videozoom curata da Antonella Pisilli che quest’anno presenta opere di 8 video artiste africane dal titolo “Africana womanism” e l’installazione “Film noir per Lampedusa” di Clay Apenouvon.

Videozoom: Africana Womanism è un progetto video “work in progress”: in mostra opere di video-arte contemporanea, presentate tenendo conto delle specificità culturali delle diverse realtà del mondo. Il progetto vuole proporre una visione nuova della do


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Ispirato al Black History Month celebrato negli Stati Uniti e nel Regno Unito, l’evento fiorentino mette in risalto i contributi culturali della diaspora africana che hanno influenzato la cultura popolare Italiana.
Conferenze, proiezioni di film, letture di libri, mostre d’arte, eventi enogastronomici, concerti e spettacoli ricordano i più importanti passaggi della storia africana ponendola in relazione con il panorama contemporaneo fiorentino.

All’interno di questa iniziativa si inserisce la XV edizione della rassegna Videozoom curata da Antonella Pisilli che quest’anno presenta opere di 8 video artiste africane dal titolo “Africana womanism” e l’installazione “Film noir per Lampedusa” di Clay Apenouvon.

Videozoom: Africana Womanism è un progetto video “work in progress”: in mostra opere di video-arte contemporanea, presentate tenendo conto delle specificità culturali delle diverse realtà del mondo. Il progetto vuole proporre una visione nuova della donna africana attraverso l’occhio dell’artista; Africana Womanism, nello specifico, porta alla ribalta il ruolo di madri africane come leader nella lotta per ritrovare, ricostruire e creare un’integrità culturale che abbraccia gli antichi principi di reciprocità, equilibrio, armonia, giustizia, verità e ordine.
Fanno parte delle artiste di Africana Womanism: Nirdeva Alleck (Mauritius), Nathalie Mba Bikoro (Gabon), Rehema Chachage (Tanzania), Wanja Kimani (Kenia), Michèle Magema (RDC), Fatima Mazmouz (Marocco), Myriam Mihindou (Gabon), Tabita Rezaire (Francia-Guyana/Danese)

Film noir per Lampedusa, di Clay Apenouvon (Togo), interpreta una Lampedusa contemporanea, luogo di migrazioni; attraverso un’installazione site-specific, realizzata dall’artista per Murate Art District, si esplora la capacità dei materiali di essere supporto fisico e medium artistico per trasmettere il messaggio socio-politico dell’artista.
Non nuovo a questo tipo ti incursioni artistiche, Clay Apenouvon lavora con materiali plastici di colore nero, che evocano la liquida vischiosità del petrolio.

I due progetti sono stati inaugurati venerdì 3 febbraio 2017 alle ore 17.30 presso MAD Murate Art District.

Film noir per Lampedusa - Videozoom: Africana Womanism

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Justin Randolph Thompson | BHMF 2017

Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra

Justin Randolph Thompson su BHMF 2017
Artista e Direttore Black History Month Florence | Residenza d'artista e Mostra
Justin Randolph Thompson | BHMF 2017

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